{"id":54180,"date":"2021-03-12T11:13:03","date_gmt":"2021-03-12T10:13:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/?p=54180"},"modified":"2022-05-22T17:24:36","modified_gmt":"2022-05-22T15:24:36","slug":"la-guerra-mondiale-delle-news","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/la-guerra-mondiale-delle-news\/","title":{"rendered":"La Guerra mondiale delle News"},"content":{"rendered":"<div class=\"wpb-content-wrapper\"><p>[vc_row][vc_column][vc_column_text]<\/p>\n<p class=\"entry-title\">Questo \u00e8 il seguito di :<\/p>\n<ol>\n<li class=\"entry-title\"><a href=\"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/svolta-google-sulla-pubblicita-stop-ai-tracciamenti-personali\/\">Svolta Google sulla pubblicit\u00e0, stop ai tracciamenti personali<\/a><\/li>\n<li class=\"entry-title\"><a href=\"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/amazon-contro-google-oltre-le-commerce-tra-pubblicita-monopoli-e-antitrust-per-le-big-tech\/\">Amazon contro Google: oltre l\u2019e-commerce, tra pubblicit\u00e0, monopoli e antitrust per le big tech<\/a><\/li>\n<\/ol>\n<p>I due link riguardano la pubblicit\u00e0 mentre qui si abborda il rapporto piattaforme &#8211; media.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h1><strong>La Guerra mondiale delle News<\/strong><\/h1>\n<p>a cura di Carlo Bonini (coordinamento editoriale e testo), Alessio Balbi, Jaime D\u2019Alessandro, Andrea Iannuzzi Raffaella Menichini e Federico Rampini. Coordinamento multimediale di Laura Pertici . Grafiche e video a cura di Gedi Visual- 7 marzo 2021<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Google e Facebook sono schierati contro il resto del Mondo.<\/p>\n<p>Cos\u00ec i grandi gruppi vogliono conservare il monopolio della Rete e gestire il futuro dell\u2019informazione globale: perch\u00e9 alla fine non \u00e8 solo una questione di algoritmo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La nostra contemporaneit\u00e0 digitale, gli assi cartesiani della nostra conoscenza, da quasi trent\u2019anni sono al centro di un conflitto che ha in palio immense ricchezze e la nostra stessa idea di libert\u00e0. L\u2019uomo si autodetermina in base alle sue conoscenze ed esperienze. La Rete e i suoi giganti \u2013 Google e Facebook su tutti &#8211; hanno la disponibilit\u00e0 e il controllo di entrambe. Perch\u00e9 di entrambe hanno le chiavi di accesso. Nelle loro mani \u00e8 il sacro Graal che dopo aver scardinato il monopolio della verit\u00e0, che nei cinquecento anni dell\u2019era di Gutenberg \u00e8 stato appannaggio dei signori della carta, ha imposto un nuovo paradigma della conoscenza che ha come suo strumento universale i motori di ricerca e che risponde al criterio selettivo della tripla A. \u201cAlgorithms. Analytics. Advertising\u201d.<\/p>\n<p>\u00c8 stata ed \u00e8 una rivoluzione ancora in corso. Gli editori e gli autori dell\u2019intero pianeta, l\u2019industria dell\u2019informazione, sono entrati da almeno due lustri in una tempesta dove in molti si sono inabissati. Che ha drammaticamente modificato il mercato della pubblicit\u00e0 (da sempre, sostegno fondamentale dell\u2019editoria), cambiato le abitudini di lettura, riproposto il tema del monopolio, ma questa volta a fattori invertiti. Con i \u201cliberatori\u201d di ieri nei panni dei nuovi sovrani.<\/p>\n<p>E i monopolisti di ieri, in quelli dei difensori del diritto alla tutela del copyright, quale pilastro a difesa della libert\u00e0 di impresa intellettuale, prima ancora che economica. Il precipitato di questo conflitto ha quale posta in palio l\u2019obbligo da parte dei giganti della Rete di redistribuire agli editori e autori parte degli utili realizzati con lo sfruttamento dei loro contenuti. Il diritto alla visibilit\u00e0 e insieme a un equo compenso.<\/p>\n<p>\u00c8 un conflitto che in Europa vede ingaggiato il Parlamento Europeo e che, in Australia, il mese scorso ha conosciuto una sua prima tregua. Dopo un braccio di ferro che ha visto Facebook oscurare in via ritorsiva ogni news proveniente dal continente upside-down, una nuova legge obbliga le grandi piattaforme digitali &#8211; in particolare Google e Facebook &#8211; a raggiungere accordi commerciali con gli editori per pagare il valore generato dai contenuti giornalistici sulle stesse piattaforme.<\/p>\n<p>Abbiamo dunque deciso di portarvi in questa \u201cguerra\u201d, con un viaggio che ne renda chiari i presupposti, affinch\u00e9 ne siano intelligibili gli approdi. E, con loro, le implicazioni e le contraddizioni. Prima fra tutte quella che ha visto la \u201cdistruzione creatrice\u201d partita dalla Silicon Valley, trasformarsi nel suo contrario: un nuovo capitalismo digitale iniquo e monopolista.<\/p>\n<p><strong>C\u2019era una volta<\/strong><\/p>\n<p>La cabala volle che tutto cominciasse il 6 agosto 1991, anniversario di Hiroshima. Come se in quella ricorrenza fosse inscritto un presagio. Quel giorno, nasceva il World Wide Web: www. L\u2019informatico inglese Tim Berners Lee, dopo due anni di studi al Cern di Ginevra, carica su internet rete allora gi\u00e0 esistente che consente di scambiare dati tra computer interconnessi fra loro &#8211; la prima pagina ipertestuale basata su protocollo Html. Passeranno pochi anni e quel vagito si trasformer\u00e0 in ruggito.<\/p>\n<p>La costa Ovest degli Stati Uniti \u00e8 da poco rimasta orfana di Kurt Cobain, il frontman dei Nirvana che cantava Come as you are, \u201cvieni come sei, come un amico, come un vecchio nemico\u201d. E c\u2019\u00e8 una valle in California, scavata tra le colline che si alzano intorno al campus della Stanford University, che, tra Cupertino e Palo Alto, Mountain View e San Jose, \u00e8 fucina di innovazione. La chiamano valle del silicio perch\u00e9 \u00e8 gi\u00e0 il cuore mondiale dell\u2019elettronica e dell\u2019informatica.<\/p>\n<p>A San Jose, capoluogo della Valley e terza citt\u00e0 della California con un milione di abitanti, c\u2019\u00e8 un giornale locale che respira il vento della rivoluzione digitale: il San Jose Mercury News.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 1993, ha cominciato a pubblicare notizie online sul portale di Aol e nel 1995 lancia il suo sito Internet, seguito a ruota dalla Cnn \u2013 il canale televisivo all news di Ted Turner \u2013 e dal Chicago Tribune, uno dei grandi giornali metropolitani che in quell\u2019epoca costituiscono l\u2019ossatura portante dell\u2019informazione americana.<\/p>\n<p>Nel 1996, va online il New York Times. Nel gennaio del 1997, sull\u2019altra sponda dell\u2019Oceano, comincia le sue pubblicazioni Repubblica.it.<\/p>\n<p>Sempre in quell\u2019anno anche il Wall Street Journal, bibbia economica di New York, inaugura il suo sito. Ma fa una scelta diversa: il primo paywall digitale. Chi vuole accedere alle preziose informazioni finanziarie della testata, deve abbonarsi. Un\u2019eresia, in quella rete dei pionieri, nella quale tutto \u00e8 \u2013 o sembra essere \u2013 gratuito e disponibile.<\/p>\n<p>Quando le testate tradizionali cominciano ad andare online accettando il terreno della gratuit\u00e0, sottovalutando il rischio di cannibalizzazione e autocannibalizzazione del proprio business cartaceo, Google ancora non esiste. Arriver\u00e0 solo due anni dopo, quando due cavalieri della valle del Silicio \u2013 Sergey Brin, figlio di una famiglia di immigrati ebrei russi e Larry Page \u2013 decidono di partire alla conquista del mondo armati di bit e stringhe di codice.<\/p>\n<p>Ancora non sanno che di l\u00ec a pochi anni loro e i loro emuli (Mark Zuckerberg, Jeff Bezos) diventeranno i plenipotenziari di un impero planetario. Quello della tripla A.<\/p>\n<p>Algorithms. Analytics. Advertising.<\/p>\n<p>La rete \u00e8 gi\u00e0 dotata di motori di ricerca. Ma Google \u00e8 diverso, il suo algoritmo combina decine di parametri con una formula matematica segreta e garantisce non solo risultati di particolare precisione, ma riesce a ordinarli in una sequenza di rilevanza. Di pi\u00f9: l\u2019algoritmo impara dai comportamenti in rete dell\u2019utente, che analizza. Dunque, \u00e8 in grado di profilarlo, riuscendo a offrirgli risultati personalizzati. Ben presto, a Google capiscono che la combinazione di algoritmi e analytics \u00e8 una potenziale miniera d\u2019oro per vendere pubblicit\u00e0 (advertising) agli inserzionisti. O, meglio sarebbe dire, per vendere gli utenti stessi agli inserzionisti. Nasce Adwords. E la guerra delle news ha inizio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h1><strong>L\u2019alba dei giganti<\/strong><\/h1>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mentre Google \u00e8 in marcia per diventare Big G \u2013 Brin e Page rifiutano un\u2019offerta di acquisizione per 3 miliardi di dollari dal concorrente Yahoo \u2013 l\u2019industria dei media \u00e8 prigioniera di una timidezza digitale. Tutti gli editori sono consapevoli della necessit\u00e0 di esserci, ma nessuno ha ancora capito bene come la Rete possa essere fonte di ricavi. Per altro, l\u2019esplosione della bolla di Internet, a cavallo del secolo, ha lasciato per strada morti e feriti e bruciato ricchezza. Google non \u00e8 ancora un nemico e, nel 2002, lancia il servizio \u201cGoogle News\u201d, un aggregatore di notizie diviso per lingue e Paesi. Per gli editori e le redazioni dell\u2019industria dei media il parametro diventa il traffico. Secondo un semplice assioma in base al quale un aumento del traffico sul proprio sito si tradurr\u00e0 in un aumento di valore degli spazi pubblicitari da vendere. E\u2019 l\u2019attenzione la nuova moneta dell\u2019era digitale e Google, che nel frattempo si quota a Wall Street, aiuta a catturarla.<\/p>\n<p>Quando nel 2004 Mark Zuckerberg e altri tre giovani nerd inventano il \u201clibro delle facce\u201d, Facebook, nessuno pu\u00f2 lontanamente immaginare che nell\u2019arco di 15 anni, quel libro di facce arriver\u00e0 a contarne oltre due miliardi, la comunit\u00e0 virtuale pi\u00f9 popolosa e diffusa del pianeta. Facebook parte alla conquista del mondo \u2013 quotazione in Borsa, acquisizione di startup e potenziali concorrenti, da Instagram a Whatsapp \u2013 e l\u2019industria tradizionale delle news entra in un tunnel del quale ancora non vede l\u2019uscita.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Il patto mefistofelico<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Gli algoritmi e gli analytics consentono a Google e Facebook di stipulare un patto mefistofelico con gli internauti. In cambio di servizi \u201cgratuiti\u201d e sempre pi\u00f9 precisi, ottengono l\u2019autorizzazione a incamerare e processare terabyte di dati personali. Che sul mercato della pubblicit\u00e0 valgono oro. Per due ragioni. Consentono all\u2019inserzionista di raggiungere con maggiore precisione la sua customer base e, soprattutto, di fare dumping sul prezzo della pubblicit\u00e0. Che sulla Rete viene offerta a prezzi stracciati rispetto a quelli della carta, dove la pubblicit\u00e0 ha quale destinatario un pubblico indefinito.<\/p>\n<p>Accade cos\u00ec che le aziende comincino ad investire budget sempre maggiori nel mercato pubblicitario digitale, e che della torta i media tradizionali riescano a intercettare solo le briciole. Nel 2020, Google arriver\u00e0 a controllare quasi il 50 per cento del mercato pubblicitario online, Facebook poco meno del 25 per cento. Inoltre, la disponibilit\u00e0 gratuita dei contenuti informativi in rete, combinata al cambio di abitudini di consumo delle notizie da parte delle nuove generazioni, allontana i lettori dalle copie cartacee.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Che guerra sia<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019industria tradizionale dei media comincia una battaglia che \u00e8 quella della sopravvivenza. E il cui pedaggio \u00e8 altissimo. Riduzione dei profitti, tagli del personale, chiusure. N\u00e9 l\u2019introduzione dei paywall, secondo formule diverse, \u00e8 sufficiente a compensare le perdite di un modello industriale tarato sul secolo della carta. Rupert Murdoch accusa Google di \u201crubare\u201d le notizie ai giornali. E\u2019 il 2009, e il proprietario di NewsCorp, che edita numerose e importanti testate nel mondo, decide di andare allo scontro, chiedendo a Google di \u201cdeindicizzare\u201d i propri contenuti. Cos\u00ec facendo per\u00f2, il traffico sui siti delle testate crolla e, presto, Murdoch \u00e8 costretto a tornare sui propri passi. Il seme della rivolta, tuttavia, \u00e8 gettato. Al fianco degli editori si schierano i governi, soprattutto quelli europei, preoccupati dallo strapotere di Big Tech, che grazie alla propria extraterritorialit\u00e0 riesce a eludere leggi e regolamenti nazionali in tema di fisco, privacy, concorrenza.<\/p>\n<p>Nella loro raggiunta dimensione planetaria, Google e Facebook sono ormai refrattari a ogni controllo e coercizione. Se ne accorgono nel 2014 gli spagnoli quando, in seguito all\u2019emanazione di una legge sul copyright che obbliga i motori di ricerca a pagare gli editori per l\u2019uso dei contenuti giornalistici, Google decide di chiudere Google News in Spagna, provocando un crollo del traffico verso i siti di informazione.<\/p>\n<p>Ma come cantava Kurt Cobain, il vecchio nemico a volte viene come amico. Le grandi piattaforme digitali sono consapevoli che il muro contro muro non serve a nessuno: la disponibilit\u00e0 di notizie sui propri servizi ne aumenta il valore e soprattutto cattura l\u2019attenzione degli utenti, li spinge a interagire e a cedere i propri dati. La torta \u00e8 troppo grande per non esplorare e cercare un approccio amichevole: basti pensare che dal 2008 al 2020 Facebook vede aumentare il suo fatturato da 272 milioni di dollari a oltre 85 miliardi.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Il lupo si fa agnello<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Il lupo si fa agnello. O, almeno prova a posare tale. Sia Google che Facebook decidono di offrire agli editori le risorse di cui dispongono in abbondanza: denaro liquido e tecnologia. Nel 2015, Big G lancia in Europa il DNI Fund, un fondo per finanziare progetti giornalistici, che in 4 anni investir\u00e0 oltre 140 milioni di euro a sostegno di 600 progetti per piccole e grandi testate, di informazione locale e brand internazionali. E mette a disposizione dei siti di news la tecnologia Amp, ottimizzata per il mobile. Mentre Facebook lancia gli Instant Articles, una tipologia di contenuti giornalistici adatta al caricamento veloce sulle pagine social. Zuckerberg offre agli editori anche strumenti e occasioni di monetizzazione, i video di Facebook Live, lancia il Facebook Journalism project, sempre all\u2019insegna del binomio soldi \/ tecnologia. E infine Facebook news, per ora soltanto negli Stati Uniti e nel Regno Unito: un \u201ccanale\u201d parallelo rispetto alle bacheche personali, riservato alle notizie e riempito di contenuti che Facebook paga agli editori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019Europa scende in campo<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>La strategia dell\u2019appeasement non ferma tuttavia l\u2019offensiva dei governi. Nel 2019, l\u2019Unione europea, sotto la guida del commissario Gunther Oettinger e con il sostegno dell\u2019Associazione europea degli editori presieduta da Carlo Perrone (vicepresidente del gruppo Gedi, che edita Repubblica), vara la direttiva copyright, grazie alle quale i singoli paesi dell\u2019Unione potranno dotarsi di leggi nazionali vincolanti per le piattaforme. E\u2019 un passaggio chiave. Che divide. Si levano le voci di chi sostiene che pretendere il riconoscimento del diritto di autore sui contenuti condivisi in rete rappresenti una limitazione alla diffusione della conoscenza e della libert\u00e0 di espressione. Inoltre, c\u2019\u00e8 il precedente spagnolo del 2014: l\u2019obbligo di pagare potrebbe indurre le grandi piattaforme a sospendere il servizio. Cos\u00ec, in Francia, dove il governo accelera sulla direttiva europea copyright, ci si accorge che la battaglia non pu\u00f2 essere vinta sul diritto di autore ma piuttosto sulla lotta contro i monopoli. Entra in campo l\u2019autorit\u00e0 antitrust, sulla base del principio che Google e Facebook sono monopolisti nei propri ambiti e quindi hanno il potere di dettare le regole al di fuori della concorrenza: se non accetti le condizioni di Google, sparisci dalla rete. Non c\u2019\u00e8 un altro motore di ricerca concorrente che garantisca lo stesso servizio. Ed \u00e8 cos\u00ec che le parti trovano una mediazione e Google accetta di remunerare gli editori francesi, siglando un\u2019intesa collettiva sulla cui congruit\u00e0 la discussione, in Francia e in Europa, continua ad essere vivace.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il caso Australia e prove di armistizio<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>E arriviamo a questo inizio del 2021, agli antipodi australiani, dove si gioca una sfida globale che investe, lo abbiamo visto, piani diversi e molto complessi: libert\u00e0 d\u2019espressione, libert\u00e0 di impresa, antitrust, privacy, libert\u00e0 del web. Il \u201cNews Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code\u201d (codice di contrattazione obbligatoria tra media informativi e piattaforme digitali) appena approvato dal Parlamento di Canberra ha aperto il vaso di Pandora. Scatenando una reazione a catena. La legge \u00e8 il frutto di oltre un anno di ricerche sullo stato di crisi profonda in cui versano i media australiani. A partire dal 2005, gli introiti pubblicitari del mercato delle news australiane sono crollati del 75% e decine di giornali, soprattutto locali, sono stati costretti a chiudere, cancellando migliaia di posti di lavoro. La crisi, secondo il governo australiano, ha due colpevoli principali: Google e Facebook, rei di aver creato un grave squilibrio competitivo nel mercato della pubblicit\u00e0. Secondo i calcoli dell\u2019authority per le comunicazioni, Big Tech si mangia quasi tutta la torta pubblicitaria: su 100 dollari di investimento, 53 vanno a Google, 28 a Facebook e 19 a tutti gli altri.<\/p>\n<p>La legge impone a Alphabet Inc (Google) e Facebook (e in futuro potrebbe toccare ad altri) una contrattazione obbligatoria con i media australiani: devono pagare per pubblicare i link frutto del lavoro giornalistico dei media australiani. Attenzione per\u00f2: non tutti i media sono protetti dalla legge, ma solo quelli che aderiscono all\u2019ACMA (Autorit\u00e0 delle comunicazioni e dei media) e che soddisfino alcuni requisiti: oltre a standard etici, produzione di contenuti originali, indipendenza, i media devono essere economicamente solidi, con ricavi annuali di oltre 150.000 dollari australiani (quasi 100.000 euro). Il che taglia fuori molti piccoli siti. Un primo segnale che la legge \u00e8 stata voluta e ritagliata su misura per un grande attore di questa vicenda: Rupert Murdoch, magnate s\u00ec australiano ma protagonista del mercato editoriale mondiale. Paradossalmente, a beneficiare della legge \u00e8 anche il liberal Guardian, che sbarc\u00f2 in Australia proprio per fare il \u201ccane da guardia\u201d nel monopolio dell\u2019informazione targata Murdoch. Se media e piattaforme non si accordano sulle compensazioni, stabilisce il Codice, la trattativa passa nelle mani di un arbitrato indipendente che indica quale prezzo debba prevalere. La legge impone anche ai Big Tech la condivisione dei dati raccolti sugli utenti e una maggiore trasparenza sui cambiamenti di algoritmo (almeno 30 giorni di preavviso) . Il cappio dei link a pagamento, piuttosto stretto considerato che ora le piattaforme non pagano nulla per i link, ha fatto scattare nei due giganti tech reazioni opposte. Google ha apparentemente alzato bandiera bianca. Facebook ha lanciato l\u2019atomica. Il motore di ricerca di Mountain View ha stretto accordi con i maggiori editori australiani utilizzando il nuovo \u201cNews Showcase\u201d, una \u201cvetrina\u201d che comparir\u00e0 nel motore di ricerca come una serie di pannelli interamente curati dagli editori. Oltre a News Corp. di Murdoch &#8211; di cui non si sa l\u2019entit\u00e0 del pagamento &#8211; altri editori come Nine Entertainment a Seven West hanno accettato circa 23 milioni di dollari l\u2019anno per comparire su Showcase.<\/p>\n<p>L\u2019approccio di Facebook \u00e8 stato pi\u00f9 radicale. Senza preavviso e prima ancora che la legge fosse varata ha cancellato dai feed degli australiani tutti i link dei media australiani: giornali, tv, siti sono spariti dalle bacheche. Dopo cinque giorni di duello serrato Facebook e il governo australiano hanno annunciato la tregua. Il social rimetter\u00e0 in linea le pagine dei media, in cambio di una modifica sostanziale della legge, come annunciato dal ministro del Tesoro Josh Frydenberg e da quello delle Comunicazioni Paul Fletcher. Il governo si impegna a \u201cprendere in considerazione il contributo che un\u2019azienda porta all\u2019industria dell\u2019informazione australiana tramite accordi compensativi prima di farla sottostare alle regole del Codice\u2019\u201d. In altre parole: se Facebook accetta di stringere sufficienti accordi finanziari con gli editori potr\u00e0 essere esentata dalla procedura di arbitrato e anche dagli altri elementi della legge che per Facebook costituiscono una cessione di potere potenzialmente pure pi\u00f9 pericolosa dei soldi.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Chi sta con chi<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>A valle di questi venti anni, i monopolisti, gli idealisti, i paladini della libert\u00e0 d\u2019espressione, e quelli della libert\u00e0 di impresa, si ritrovano mescolati. Nelle posizioni che non ti aspetti. Ormai pochi ricordano quando Google si present\u00f2 al mondo alla fine degli anni Novanta con un motto esorbitante e naif: \u201cDon\u2019t be evil\u201d, non essere cattivo. Cosa c\u2019entrasse questa dichiarazione di intenti con il tentativo (riuscitissimo, peraltro) di creare il miglior motore di ricerca della storia, pochi se lo chiesero e nessuno lo cap\u00ec. Era la pi\u00f9 classica excusatio non petita. Di essere o di apparire cattivo a Facebook non \u00e8 invece mai importato nulla. E il mito di Mark Zuckerberg appare tutt\u2019altro che scalfito sia dal recente The Social Dilemma, il documentario Netflix che descrive l\u2019algoritmo di Facebook come una bestia in grado di porre fine alla convivenza civile dell\u2019umanit\u00e0, sia soprattutto dal formidabile The Social Network, in cui la penna di Aaron Sorkin dipinge il fondatore di Facebook come un bullo anaffettivo impareggiabile nel guadagnare sulle relazioni altrui, visto che lui non sa averne. Le opposte narrazioni non hanno impedito a Google e Facebook di trovarsi nello stesso campo e a Facebook di seguire in ultima analisi la strategia di Google In questo perimetro, ti aspetteresti di trovare assai a proprio agio il monopolista informatico per antonomasia. Parliamo di Microsoft, l\u2019azienda fondata da Bill Gates, che negli anni Novanta del Novecento riusc\u00ec a mangiarsi non uno ma due mercati: il mercato dei sistemi operativi per personal computer (Windows) e quello dei software (Office), tanto che al termine di una lunga indagine antitrust gli Stati Uniti nel 2000 venne condannata a dividersi in due aziende distinte, una di sistemi operativi e un\u2019altra di software (una pena severissima che poi sarebbe stata in buona parte annullata quando alla Casa Bianca arrivo Bush al posto di Clinton). E invece, nella guerra delle notizie, Microsoft \u00e8 al fianco degli editori. Una scelta che solo a una lettura superficiale pu\u00f2 risultare una sorpresa. Dopo aver dominato un mondo in cui informatica significava computer ancorati a una scrivania, programmi stampati su cd e connessioni lentissime, Microsoft ha mancato clamorosamente, per non aver mai davvero partecipato, la corsa iniziata dieci anni fa, basata su smartphone, cloud computing e informazione condivisa. Costringere gli svelti mammiferi che saccheggiano indisturbati questa prateria a pagare almeno una parte del terreno su cui razzolano, permetterebbe al dinosauro di Redmond, che resta una delle societ\u00e0 pi\u00f9 liquide del mondo, di schivare l\u2019asteroide e rimettersi in gioco.<\/p>\n<p>E visto che in queste dinamiche la storia conta sempre molto, bisogner\u00e0 pure ricordare che tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento Bill Gates costru\u00ec la sua fortuna proprio su questo principio. In un mondo di nerd, in cui il software veniva considerato n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che una formula matematica, qualcosa che si doveva scambiare e non commercializzare, Microsoft fu la prima a vendere alle aziende, con accordi esclusivi, programmi che aveva scopiazzato qua e l\u00e0. \u00c8 questo il peccato originale per cui in certi ambienti Bill Gates \u00e8 visto ancora come il diavolo: aver violato il patto fondativo dell\u2019Eden informatico, il libero scambio dell\u2019informazione.[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_column_text]La platea<\/p>\n<p>Mark Zuckerberg e altri tre giovani nerd hanno inventato Fb nel 2004. Il social media ha una platea di 2 miliardi di persone[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_single_image image=&#8221;54183&#8243; img_size=&#8221;full&#8221;][vc_empty_space][vc_column_text]La rivolta<\/p>\n<p>Nel 2009 a guidare la prima rivolta degli editori contro lo strapotere dei social media \u00e8 il magnate Rupert Murdoch[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_single_image image=&#8221;54184&#8243; img_size=&#8221;full&#8221;][vc_empty_space][vc_column_text]<strong>L\u2019uomo con la giacca di fustagno<\/strong><\/p>\n<p>Cos\u00ec arriviamo al terzo paradosso di questo panorama. Se guardate bene, accanto a Google e Facebook, per niente intimorito dalla compagnia, vedrete un professore con la giacca di fustagno, l\u2019aria timida, i capelli radi e l\u2019accento britannico. \u00c8 sir Tim Berners-Lee, il pi\u00f9 grande inventore vivente. Pensatelo come Panoramix, il druido che ha dato ai galli di Asterix la pozione magica. Come abbiamo ricordato all\u2019inizio di questo viaggio, \u00e8 lui che, nel 1989, nella sua stanzetta al Cern di Ginevra, prende gli ingredienti che fino ad allora avevano confinato internet nel mondo dell\u2019accademia, li mescola e crea il World Wide Web, l\u2019interfaccia ipertestuale che ha regalato la rete al mondo, cambiandone la storia. Un\u2019invenzione degna di Gutenberg per la quale Berners-Lee ha guadagnato poca notoriet\u00e0 e neanche una sterlina.<\/p>\n<p>In un libro del 1999, \u201cL\u2019architettura del nuovo web\u201d, Berners-Lee ha spiegato le ragioni che pi\u00f9 di trent\u2019anni fa lo convinsero a fondare un consorzio invece di un\u2019azienda: \u201cLa mia decisione di non trasformare il web in una mia impresa commerciale non \u00e8 stata affatto dettata dall\u2019altruismo o dallo schifo per i soldi di cui mi avrebbero accusato in seguito\u201d. Berners-Lee pensava, e pensa, che sorvegliare la creazione di standard condivisi e non proprietari fosse la maniera migliore di diffondere la sua invenzione. E il tempo gli ha dato senza dubbio ragione. Ora Berners- Lee \u00e8 schierato con i giganti della Rete. L\u2019ingrediente fondamentale del web sono i link \u2013 \u00e8 il suo argomento &#8211; e \u201cprevedere un pagamento per linkare determinati contenuti online\u201d, ha dichiarato in audizione al Senato australiano, \u201crischia di violare un principio fondamentale del web\u201d. Se l\u2019idea australiana fosse adottata globalmente, ha aggiunto, \u201cil web smetterebbe di funzionare\u201d.<\/p>\n<p>E cos\u00ec il cerchio che gli hippie californiani, scesi dai pulmini Volkswagen e tornati nei garage, avevano iniziato a tracciare negli anni Ottanta, si chiude nel luogo dove tutto era cominciato. Le utopie dei padri sono diventate le azioni (a Wall Street), dei figli, e come in un film di Tarantino ormai \u00e8 impossibile capire chi siano i buoni e chi i cattivi.<\/p>\n<p>Il regolatore<\/p>\n<p>Nel luglio del 2018 l\u2019Unione Europea ha inflitto una multa sostanziosa a Google: 4,3 miliardi di euro[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_single_image image=&#8221;54185&#8243; img_size=&#8221;full&#8221;][\/vc_column][\/vc_row]<\/p>\n<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cos\u00ec i grandi gruppi vogliono conservare il monopolio della Rete e gestire il futuro dell\u2019informazione globale: perch\u00e9 alla fine non \u00e8 solo una questione di algoritmo.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":54182,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[],"class_list":["post-54180","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-interventi","category-37","description-off"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/54180","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=54180"}],"version-history":[{"count":10,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/54180\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":54533,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/54180\/revisions\/54533"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/media\/54182"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=54180"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=54180"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=54180"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}