{"id":58404,"date":"2021-08-04T14:48:02","date_gmt":"2021-08-04T12:48:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/?p=58404"},"modified":"2025-05-05T07:11:41","modified_gmt":"2025-05-05T05:11:41","slug":"la-guerra-dellacqua-tra-etiopia-egitto-e-sudan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/la-guerra-dellacqua-tra-etiopia-egitto-e-sudan\/","title":{"rendered":"La guerra dell&#8217;acqua (tra Etiopia, Egitto e Sudan)"},"content":{"rendered":"<div class=\"wpb-content-wrapper\"><p>[vc_row][vc_column][vc_column_text]<strong>Longform 26 Luglio 2021<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>MONDO<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La &#8220;Grande diga della rinascita etiopica&#8221; lungo il Nilo \u00e8 al centro di un conflitto che promette di sconvolgere il gi\u00e0 precario equilibrio del Corno d\u2019Africa<\/strong><\/p>\n<p><strong>La guerra dell\u2019acqua<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>a cura di\u00a0Carlo Bonini\u00a0(coordinamento editoriale) e\u00a0Pietro Del Re\u00a0Coordinamento multimediale di\u00a0Laura Pertici\u00a0Produzione<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>ASSUAN (EGITTO)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sono soprattutto gli anziani a temere per la prossima &#8220;guerra dell\u2019acqua&#8221; perch\u00e9 sanno che coinvolger\u00e0 tutti. Anche il loro piccolo e malconcio borgo agricolo, Korosko, a due ore di macchina a nord di Assuan. La temono non soltanto per l\u2019aggravarsi di una siccit\u00e0 che gi\u00e0 funesta la regione, ma anche perch\u00e9 per il fronte saranno costretti a partire i giovani del villaggio e perch\u00e9 saranno proprio loro, figli e nipoti di poverissimi contadini, i primi a finire sotto il fuoco nemico. \u00abQuando le armi taceranno, chi sar\u00e0 sopravvissuto alle pallottole etiopi dovr\u00e0 emigrare verso l\u2019Europa, e tutto ci\u00f2 per colpa della mostruosa diga che Addis Abeba sta costruendo sul Nilo, pi\u00f9 di duemila chilometri a sud da qui\u00bb, dice Ahmed Shafik, 82 anni, magro come un chiodo e con in fronte il bernoccolo dell\u2019Islam per lo zelo con cui da una vita, cinque volte al giorno, sbatte la testa sul tappeto da preghiera. \u00abQuest\u2019anno \u00e8 gi\u00e0 finita l\u2019acqua per le nostre coltivazioni di caff\u00e8 e di cotone, e non abbiano nessuna pompa per attingerla in profondit\u00e0. Non oso pensare a quello che accadr\u00e0 quando la diga sar\u00e0 finita e in Egitto il Nilo entrer\u00e0 pi\u00f9 magro e pi\u00f9 debole di sempre\u00bb, aggiunge Shafik, mostrandoci i canali che per secoli hanno irrigato le terre intorno a Korosko e che oggi somigliano a trincee vuote, dove sul fondo\u00a0ristagna una melma fangosa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Il progetto<\/strong><\/p>\n<p>La &#8220;mostruosa&#8221; diga che spaventa l\u2019anziano Shafik \u00e8 la Gerd, acronimo ormai usato non solo dagli addetti ai lavori e che sta per Grand ethiopian renaissance dam, o Grande diga della rinascita etiopica, destinata a diventare il pi\u00f9 grande sbarramento idroelettrico d\u2019Africa, con una potenza annunciata di 5.150 megawatt. Per domare le acque del Nilo Azzurro sono stati ufficialmente investiti 6 miliardi di dollari, pi\u00f9 della met\u00e0 del budget dello Stato, e utilizzate dieci milioni di tonnellate di calcestruzzo, con cui \u00e8 stato eretto un muro alto 170 metri e lungo quasi 2 chilometri.<strong> La prima pietra di quest\u2019opera titanica \u00e8 stata posata nel 2011 e da allora la sua realizzazione suscita aspre tensioni diplomatiche con l\u2019Egitto, Paese con una popolazione in crescita esponenziale che gi\u00e0 conta 100 milioni di abitanti e che per i suoi bisogni in acqua dolce dipende al 97% dal pi\u00f9 lungo fiume del pianeta. Il terzo Paese coinvolto nella disputa \u00e8 il Sudan<\/strong>, anch\u2019esso spaventato dagli effetti della Gerd che a monte di Khartoum gi\u00e0 riduce l\u2019idrografia del Nilo, indebolendo la forza produttiva delle proprie dighe. Il Sudan rinfaccia all\u2019Etiopia anche di aver recentemente scatenato le sue milizie intorno al fertile triangolo di Al-Fashaga, infrangendo un fragile compromesso firmato nel 2008 e provocando la fuga verso la capitale di decine di migliaia di persone.<\/p>\n<p>L\u2019annosa disputa diplomatica sulla diga s\u2019\u00e8 recentemente aggravata\u00a0per via di un nuovo contenzioso. Il 3 luglio, Seleshi Bekele, ministro etiopico dell\u2019Acqua e dell\u2019Irrigazione, ha notificato al suo omologo egiziano, Mohamed Abdel Aty, l\u2019inizio di una nuova fase di riempimento della diga a un ritmo ancora da definire, ma sicuramente molto pi\u00f9 veloce di quanto vorrebbe il Cairo. Infatti, pi\u00f9 l\u2019operazione sar\u00e0 svolta in fretta, pi\u00f9 <strong>l\u2019Egitto rischia di perdere centinaia di migliaia di ettari di superfici coltivabili perch\u00e9 non ci sar\u00e0 stato il tempo necessario per ovviare all\u2019improvvisa mancanza d\u2019acqua.<\/strong> Gi\u00e0 lo scorso marzo, davanti alle tv del mondo intero, sfoderando toni bellicosi il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi aveva detto che la diga era ormai materia di sicurezza nazionale, per poi minacciare l\u2019Etiopia: \u00abNessuno rubi una sola goccia d\u2019acqua all\u2019Egitto altrimenti tutta la regione conoscer\u00e0 una situazione di instabilit\u00e0 inimmaginabile\u00bb.<\/p>\n<p>Dopo l\u2019annuncio del nuovo riempimento dell\u2019invaso, che certamente diminuir\u00e0 la portata del corso inferiore del Nilo, il Cairo ha nuovamente accennato a un possibile ricorso alle armi, invocando una legittimit\u00e0 storica sulle acque del fiume ereditata dall\u2019era coloniale britannica, alla quale Addis Abeba contrappone la sua sovranit\u00e0 geografica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>L\u2019obiettivo patriottico<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>A met\u00e0 luglio, adoperando un\u2019analoga retorica nazionalista, alle intimidazioni di Al-Sisi ha cos\u00ec risposto su Twitter il premier etiope Abiy Ahmed, vincitore nel 2019 del premio Nobel per la Pace: \u00abEtiopi in patria e all\u2019estero, per il bene del nostro Paese dobbiamo tutti difendere la seconda fase di riempimento della Grande diga della rinascita. Sforziamoci di proteggere la nostra sovranit\u00e0 e la nostra diplomazia\u00bb. Il leader etiope guarda soltanto allo sviluppo economico e ai vantaggi che scaturiranno dall\u2019energia prodotta dalla diga, compresi gli 800 milioni di dollari l\u2019anno di elettricit\u00e0 che vender\u00e0 a Sudan, Kenya e Gibuti. Infischiandosene, per\u00f2, se per ottenere questi benefici metter\u00e0 a repentaglio la sicurezza alimentare degli egiziani, con una riduzione del 25% della portata del fiume nel Paese nordafricano, e con pesanti ripercussioni sugli agricoltori come Shafik, che rappresentano quasi la met\u00e0 della popolazione. \u00abArriva meno acqua e per immagazzinarla siamo stati costretti a chiudere alcune valvole, il che ha prodotto meno energia idroelettrica e ci\u00f2 ha gi\u00e0 comportato frequenti tagli di corrente a Khartoum\u00bb, spiega Mustafa Al-Zubair, direttore del comitato tecnico della gestione delle acque e membro dell\u2019equipe di negoziatori sudanesi. \u00abLa decisione unilaterale di Addis Abeba \u00e8 una flagrante violazione del diritto internazionale, mentre tra vicini sarebbe piuttosto auspicabile una fruttuosa cooperazione. Dovrebbero fornirci al pi\u00f9 presto i dati idrologici di ci\u00f2 che accade a monte del fiume per permetterci di far funzionare i nostri dispostivi in sicurezza. Ma da quando hanno cominciato a costruire la loro diga, gli etiopici non ne vogliono sapere di scambiare informazioni con noi\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Un\u2019impresa ciclopica<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Il luogo scelto per la Gerd \u00e8 in Etiopia nord-occidentale, nella regione di Benishangul-Gumaz, a settecento chilometri dalla capitale e a quindici dal confine sudanese. Imprigiona i flutti del Nilo Azzurro, braccio del fiume che si ricongiunge al Nilo Bianco a Khartoum, per poi proseguire verso l\u2019Egitto. Una volta interamente riempita, una riserva di 74 miliardi di metri cubi d\u2019acqua creer\u00e0 un bacino artificiale lungo 250 chilometri, con una superficie di 1900 chilometri quadrati. Il Garda, che \u00e8 il pi\u00f9 grande lago italiano, con 52 chilometri di lunghezza e con una superficie 370 chilometri quadrati, \u00e8 cinque volte pi\u00f9 piccolo. Per Addis Abeba quest\u2019impresa ciclopica \u00e8 diventata un obiettivo patriottico: imbrigliare le acque del Nilo per fare dell\u2019Etiopia il pi\u00f9 grande dispensatore di energia rinnovabile del continente, forzando il fiume a passare nelle sedici turbine Francis per distribuire elettricit\u00e0 ai villaggi, alle fabbriche, alle citt\u00e0 di un quarto dell\u2019Africa oltre che ai 110 milioni di etiopi.<\/p>\n<p>Per il riempimento dell\u2019invaso, il governo etiopico deve approfittare della stagione delle piogge compresa tra giugno e settembre, e che in questi giorni permetter\u00e0 l\u2019accumulo di 13,5 miliardi di metri cubi d\u2019acqua all\u2019interno del corpo della diga. Ma l\u2019inflessibile determinazione del governo e la sua decisione unilaterale di riempire la Gerd sono dovuti pi\u00f9 a motivi politici che non di natura idrica, il che complica i negoziati e li allontana da una possibile soluzione. Dal 2011, per le autorit\u00e0 di Addis Abeba la Grande diga della rinascita deve servire da collante per tenere saldamente unito il Paese, sebbene dopo l\u2019insurrezione scoppiata in Oromia nel 2020 per l\u2019assassinio del celebre cantante locale Hachalu Hundessa e dopo l\u2019attuale guerra nel Tigray, il potere agglutinante di un sia pur enorme progetto infrastrutturale appare quanto mai illusorio. Ad Addis Abeba, intanto, l\u2019hashtag lanciato dal governo #ITSMYDAM, \u00e8 la mia diga, \u00e8 in fretta diventato virale. Lo ritrovi oggi ritrovi sulle t-shirt degli scolari, nei negozi, sui taxi e anche sui manifesti affissi nella capitale. L\u2019edificazione della diga ha scatenato tra gli etiopi un sentimento nazionalista, che qualcuno ha paragonato alle emozioni che evoca il ricordo della battaglia di Adua del 1896, quando l\u2019esercito abissino capeggiato dal negus Menelik II inflisse alle truppe italiane una pesante sconfitta, arrestando per molti anni le nostre ambizioni coloniali sul corno d\u2019Africa.<\/p>\n<p>Si sta dimostrando fruttuosa anche la mobilitazione finanziaria lanciata per sostenere i costi della Gerd, e irrobustita dalla nutrita diaspora che solo quest\u2019anno ha inviato 4 milioni di euro di rimesse. Partecipano ovviamente anche i contribuenti, dal pi\u00f9 povero dei contadini al pi\u00f9 ricco degli imprenditori, tutti ugualmente tassati per il progetto, mentre a molte categorie professionali \u00e8 automaticamente prelevata dalla busta paga una congrua percentuale dello stipendio da devolvere alla diga. La fine dei lavori \u00e8 prevista per l\u2019anno prossimo ma potrebbe protrarsi pi\u00f9 in l\u00e0 per la mancanza di fondi stranieri, dovuta alla pandemia di Covid che ha fortemente diminuito le esportazioni. A oggi \u00e8 stato ultimato l\u201980% dell\u2019opera, ma la &#8220;Webuild&#8221;, l\u2019ex Salini Impregilo, ossia l\u2019impresa italiana incaricata dei lavori, ha pi\u00f9 volte minacciato di fermarsi per troppi ritardi nei pagamenti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La guerra del Tigray<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>A ci\u00f2 si aggiunge la guerra nel Tigray, riattizzata a fine giugno dalla vittoriosa controffensiva dei ribelli tigrini che hanno appena riconquistato il capoluogo regionale, Macall\u00e8. La campagna militare lanciata da Addis Abeba nel novembre 2020 \u00e8 gi\u00e0 costata alle casse dello Stato 2,3 miliardi di dollari, e cio\u00e8 quasi la met\u00e0 del prezzo della Gerd. Non solo: sebbene il governo prometta una nuova prosperit\u00e0 economica legata alla sua realizzazione, le potenziali ricadute dell\u2019opera sono in realt\u00e0 legate ad altre variabili. Anzitutto per quanto riguarda la fornitura di energia delle zone rurali, che richiede prima grossi investimenti destinati a creare una vasta rete elettrica, al momento inesistente. Lo stesso discorso vale per i vantaggi energetici all\u2019industria, di cui si potr\u00e0 cominciare a parlare quando saranno finalizzati grossi progetti specifici, che al momento esistono soltanto sulla carta.<\/p>\n<p>Nel suo discorso del 29 giugno, dopo aver annunciato il ritiro dei suoi soldati dal Tigray, il premier Abiy Ahmed ha parlato della Gerd come di una priorit\u00e0 nazionale, spiegando che se il suo governo si \u00e8 finora mostrato inflessibile sulle trattative non \u00e8 certo adesso che far\u00e0 nuove concessioni. &#8220;Tuttavia, dopo le pressioni internazionali per la guerra del Tigray, dove sono state compiute spaventose atrocit\u00e0 e che ha lasciato quattro milioni di persone in condizione umanitarie disperate, Addis Abeba non potr\u00e0 continuare a ignorare le rivendicazioni dei Paesi a valle della diga&#8221;, ci dice Aziz Sala, direttore del Centro della diga egiziana di Assuan, la quale fornisce 2000 megawatt, tre volte meno di quanti ne fornir\u00e0 la Gerd. &#8220;L\u2019Etiopia vuole accelerare i tempi per cominciare a produrre energia il pi\u00f9 presto possibile. Per questo ha previsto di riempire il corpo della diga in sette anni, mentre l\u2019Egitto chiede tempi pi\u00f9 lunghi, e cio\u00e8 dai quindici ai vent\u2019anni, per evitare una troppo repentina diminuzione della portata del fiume e anche della quantit\u00e0 del fertile limo che normalmente viene trasportata verso la sua foce&#8221;. Intanto, lo scorso 11 luglio, Il Partito della prosperit\u00e0 (Pp) guidato dal premier Abiy Ahmed ha vinto le elezioni parlamentari dello scorso 21 giugno ottenendo una schiacciante maggioranza (421 seggi su 436). Questa vittoria spiana la strada alla rielezione del premier in carica: in base alla Costituzione, il leader del partito vincitore \u00e8 poi eletto primo ministro.<\/p>\n<p>Ma l\u2019Etiopia settentrionale \u00e8 nel caos con le forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf) che continuano a conquistare citt\u00e0 e obiettivi strategici nella regione secessionista, sbaragliando ovunque i soldati di Addis Abeba. Dopo aver inizialmente respinto una richiesta di cessate il fuoco da parte del governo federale, il Tplf l\u2019ha poi accolta imponendo per\u00f2 una serie di condizioni, tra cui l\u2019istituzione di un\u2019indagine indipendente sulle atrocit\u00e0 commesse nel Tigray, il ritiro delle truppe eritree e delle milizie di etnia Amhara (alleate di Asmara e Addis Abeba), l\u2019accesso incondizionato agli aiuti umanitari nella regione e la p iena fornitura di servizi essenziali come elettricit\u00e0, telecomunicazioni, banche, sanit\u00e0 e istruzione. I membri del Tplf hanno inoltre sollecitato l\u2019istituzione da parte delle Nazioni Unite di un organismo indipendente per indagare sui crimini di guerra e la creazione di un\u2019entit\u00e0 internazionale per\u00a0supervisionare l\u2019attuazione di qualsiasi accordo di cessate il fuoco. Quello in atto, dovrebbe durare fino alla fine della stagione della semina, e cio\u00e8 a settembre. Nel frattempo, la riconquista di Macall\u00e8 e delle principali citt\u00e0 del Tigray da parte del Tplf rappresenta un\u2019importante svolta nel conflitto, che sta fortemente indebolendo il premier Ahmed.<\/p>\n<p>\u00c8 vero, i governi di Etiopia e Russia hanno firmato il 13 luglio un accordo di cooperazione nel settore militare che si concentrer\u00e0 sulla trasformazione della capacit\u00e0 della Forza di difesa nazionale etiope soprattutto nel settore della tecnologia, ma nell\u2019immediato a poco servir\u00e0 per contenere le mire separatiste dei tigrini. \u00c8 piuttosto sul piano diplomatico che ad Addis Abeba rimane spazio di manovra. Protagonista di questa battaglia \u00e8 il vicepremier e ministro degli Esteri etiope, Demeke Mekonnen, che la settimana scorsa ha incontrato gli ambasciatori degli altri Stati rivieraschi dell\u2019alto corso Nilo \u2014 Burundi, Ruanda, Uganda, Kenya, Tanzania, Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo ed Eritrea \u2014 per aggiornarli sugli ultimi sviluppi dei negoziati. Durante l\u2019incontro, Mekonnen ha dichiarato che la Gerd rappresenta le aspirazioni comuni a utilizzare in modo equo e ragionevole le risorse idriche, senza per questo danneggiare significativamente i Paesi a valle. Mekonnen ha quindi invitato i Paesi rivieraschi a forgiare un \u00abfronte comune\u00bb nell\u2019opporsi all\u2019approccio adottato da Sudan e Egitto, che mina il ruolo svolto dall\u2019Unione africana (Ua) accentuandone le \u00abloro rivendicazioni coloniali e monopolistiche \u00bb.[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_single_image image=&#8221;58490&#8243; img_size=&#8221;medium&#8221;][vc_empty_space][vc_column_text]<strong>L\u2019Egitto con le spalle al muro<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>La diga ha fatto nascere sentimenti patriottici anche in Egitto, che ne rivendica una gestione regionale per evitare di ritrovarsi alla merc\u00e9 di Addis Abeba nei periodi di siccit\u00e0, sempre pi\u00f9 minacciosi e sempre pi\u00f9 frequenti per via del cambio climatico. Come per qualsiasi altro leader politico, anche per il presidente Al-Sisi \u00e8 inaccettabile l\u2019idea di dipendere da un altro Paese per gestire il proprio sistema idrico. Ecco perch\u00e9, quando il 30 marzo \u00e8 andato al Canale di Suez per assistere al disincagliamento della portacontainer Ever Given, il presidente-generale ha dichiarato: \u00abL\u2019Egitto non minaccia nessuno, ma nessuno \u00e8 al riparo dalle nostre forze armate\u00bb. Ed ecco perch\u00e9, lo scorso aprile, dopo l\u2019ultimo fallimento dei negoziati a Kinshasa, come dimostrazione di forza le truppe egiziane e quelle sudanesi hanno fatto per un mese un addestramento militare congiunto, battezzato &#8220;Guardiani del Nilo&#8221;. Alla fine di quelle esercitazioni comuni, dalla base aerea di Merowe, situata lungo il Nilo sudanese, si sono alzati in volo una dozzina di jet da combattimento per simulare raid aerei contro il possibile nemico etiope. \u00abIn questo modo abbiamo unificato le nostre risposte alla minaccia che riguarda i nostri due Paesi\u00bb, spiega al telefono il generale sudanese Mohamed Alharam. \u00abAbbiamo anche voluto avvisare l\u2019Etiopia che non siamo disposti a tollerare ulteriori prevaricazioni nei nostri confronti\u00bb. A met\u00e0 giugno, per dirimere l\u2019annoso problema, il Cairo e Khartoum hanno chiesto e ottenuto l\u2019aiuto della Lega Araba, una mossa che per\u00f2 non \u00e8 piaciuta agli altri Paesi africani, i quali non riconoscono il Nilo come un &#8220;fiume arabo&#8221;. Pochi giorni dopo, Sudan e Egitto firmavano un nuovo accordo di cooperazione militare. Al Cairo, intanto, s\u2019\u00e8 creato intorno all\u2019opposizione alla Gerd uno straordinario consenso politico. Contro la diga etiope il presidente egiziano pu\u00f2 perfino contare sul sostegno dei Fratelli musulmani, un movimento che pure represse con ferocia nell\u2019estate 2013 e che ancora conta diversi leader in prigione o in esilio. Perfino lo storico oppositore Haitham Al-Hariri, ex deputato della Coalizione 25-30, ha pubblicato su Facebook un post in cui per questa vicenda esprime la sua piena solidariet\u00e0 ad Al-Sisi. \u00abIn quanto cittadino egiziano, sono pronto a sostenere ogni sua futura operazione destinata a salvare i nostri storici diritti sulle acque del Nilo\u00bb, ha scritto Al-Hariri. Nel Paese nordafricano non si parla d\u2019altro che di future carestie e di una necessaria quanto salvifica guerra per salvare le acque provenienti dagli altipiani etiopici. In questi giorni sui social \u00e8 apparsa l\u2019immagine di Anubi, l\u2019antica divinit\u00e0 egizia della mummificazione e dei cimiteri, che protegge le necropoli e il mondo dei morti. Sotto l\u2019uomo con la testa di sciacallo, una didascalia recita: \u00abSe dovesse scendere il livello del grande fiume, scatena contro l\u2019Etiopia tutti i soldati del faraone e non richiamarli finch\u00e9 non avranno liberato il Nilo\u00bb. Forse, proprio perch\u00e9 per Al-Sisi la risposta militare non \u00e8 pi\u00f9 un tab\u00f9, gli egiziani sembrano ormai disposti a seguirlo ovunque, come dimostrano le infinite condivisioni dell\u2019hashtag #SAVETHEWATEROFTHENILE, Difendete le acque del Nilo.<\/p>\n<p>Pur non condividendo l\u2019opzione militare, Mohamed Nasreddin Allam, ministro dell\u2019Irrigazione egiziano tra il 2009 e il 2011, spiega che per la sopravvivenza del suo Paese non rimangono molte altre strade: \u00abSenza la presenza di un accordo, la portata del Nilo in Sudan e in Egitto sar\u00e0 sotto l\u2019esclusiva tutela di Addis Abeba, la quale potr\u00e0 imporre le sue condizioni ai due Paesi a valle del fiume. L\u2019Egitto sembra non avere scelta, poich\u00e9 \u00e8 diventata una questione di vita o di morte per la sopravvivenza dell\u2019intero Paese. Tanto pi\u00f9 che dopo tutte le minacce proferite contro gli etiopi, se alla fine l\u2019esercito non dovesse intervenire il primo a pagarne le conseguenze sarebbe proprio il presidente Al-Sisi\u00bb.[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_single_image image=&#8221;58491&#8243; img_size=&#8221;full&#8221;][vc_empty_space][vc_column_text]<strong>Una guerra alle porte?<\/strong><\/p>\n<p>A ogni fallimento diplomatico, il rullo dei tamburi si fa sempre pi\u00f9 assordante. In realt\u00e0, per le posizioni rese inconciliabili dagli atteggiamenti assunti nel corso del decennio dai leader dei due Paesi, il negoziato sembra non essere mai veramente cominciato. Eppure, dopo la disfatta delle trattative a Kinshasa, mentre in molti credono che la guerra sia ormai alle porte, F\u00e9lix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo, e in questi mesi anche l\u2019Ua, continua a ripetere che \u00abnon \u00e8 fatalit\u00e0 il disaccordo tra le parti sulla Grande diga\u00bb. Purtroppo, per\u00f2, il capo di Stato congolese come mediatore ha clamorosamente fallito. Oggi, infatti, egiziani e sudanesi cercano altre soluzioni internazionali al negoziato. Il 25 giugno il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, s\u2019\u00e8 rivolto al Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu, denunciando l\u2019inutilit\u00e0 della soluzione panafricana su cui insistono gli etiopi. Nonostante l\u2019assenza di risultati tangibili, l\u2019Etiopia non vuole internazionalizzare il conflitto e continua a promuovere la mediazione continentale.\u00abTutte le opzioni sono sul tavolo\u00bb, ci dice il ministro sudanese dell\u2019Irrigazione, Yasser Abbas, riprendendo la frase pronunciata dall\u2019ex presidente egiziano Mohamed Morsi nel 2013, poco prima di essere deposto dal golpe militare. Abbas ci confida anche che, due anni fa, Khartoum stava per firmare un accordo con Addis Abeba, \u00abma ci siamo resi conto che avremmo compiuto un errore, perch\u00e9 la soluzione raggiunta sarebbe stata parziale\u00bb. Adesso, anche la diplomazia europea teme il peggio, come ci spiega un funzionario di Bruxelles in sede al Cairo: \u00abDobbiamo solo sperare che gli egiziani non siano cos\u00ec matti da bombardare l\u2019Etiopia. Da anni si appellano al diritto internazionale, ma nessuna istituzione di peso gli ha ancora dato ragione. Nel frattempo, sono pronto a scommettere che Al-Sisi stia aiutando i Tigrini nella loro guerra contro il governo etiope, rifornendo armi e soldi attraverso il Sudan\u00bb. Ma il corpo della diga \u00e8 gi\u00e0 in parte pieno d\u2019acqua. \u00c8 quindi troppo tardi per egiziani e sudanesi distruggerlo perch\u00e9 sarebbero loro i primi a subirne le conseguenze, con i loro sbarramenti idroelettrici che verrebbero travolti da una devastante onda anomala.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Un complesso scacchiere geopolitico<\/strong><\/p>\n<p>Negli ultimi dieci anni, l\u2019Egitto ha chiesto l\u2019intervento degli Stati Uniti, della Banca Mondiale e dell\u2019Unione Africana, ma alla fine ogni mediazione s\u2019\u00e8 rivelata vana. Sempre alla ricerca di nuovi alleati, la diplomazia del Cairo ha cominciato a fare pressione in tutte le cancellerie della regione. E sulla lite che l\u2019oppone ad Addis Abeba ha appena firmato un accordo militare con l\u2019Uganda e il Burundi. Il 12 aprile scorso, sui rischi della Gerd, Al-Sisi s\u2019\u00e8 intrattenuto con il ministro degli Esteri russo, Serguei Lavrov, e poco dopo il capo della diplomazia egiziana ha chiamato il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres per chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza. L\u20198 luglio, per\u00f2, la riunione del Consiglio di sicurezza dell\u2019Onu s\u2019\u00e8 conclusa senza un voto, ma soltanto con la dichiarata disponibilit\u00e0 a facilitare ulteriori colloqui. I membri del Consiglio hanno ribadito il proprio sostegno agli sforzi di mediazione dell\u2019Ua e chiesto la ripresa dei negoziati auspicando che continuino sotto l\u2019egida dell\u2019organizzazione continentale, come da sempre auspicato da Addis Abeba. Anche stavolta dunque le Nazioni Unite hanno deciso di non sbilanciarsi. Alla pilatesca inerzia dell\u2019Onu ha risposto l\u201911 luglio il ministro dell\u2019Irrigazione egiziano, Mohamed Abdel Aty, ripetendo che il suo popolo \u00e8 pronto ad affrontare ogni evenienza: \u00abStiamo studiando tutti gli scenari possibili per scongiurare una crisi idrica nel nostro Paese\u00bb.<\/p>\n<p>Basti pensare all\u2019incidente della portacontainer Ever Given, che per sei lunghi giorni ha paralizzato il traffico marittimo nel Canale di Suez con ripercussioni sul commercio mondiale, per rendersi conto di quanto sia importante la stabilit\u00e0 dell\u2019Egitto e dell\u2019area che lo circonda. Una siccit\u00e0 provocata dalla diminuzione della portata del Nilo avrebbe effetti spaventosi anche sul piano migratorio. Milioni di egiziani lascerebbero le sponde del Nilo per tentare la fortuna attraversando il Mediterraneo. In un quadro geopolitico cos\u00ec fosco, l\u2019Europa, che pure ha proposto il suo aiuto a Stati Uniti, Unione Africana e Onu nei diversi tentativi di mediazione, non sembra ancora consapevole delle conseguenze che potrebbe provocare un conflitto per la Gerd.<\/p>\n<p>Nel vecchio continente, la Gerd riguarda da vicino soprattutto l\u2019Italia, non solo per la sua posizione geografica che l\u2019espone assieme a Cipro e alla Grecia all\u2019arrivo in massa di migranti egiziani. L\u2019idea di uno sbarramento idroelettrico sul Nilo Azzurro risale agli anni Trenta, nel periodo mussoliniano, quando si pensava a come impedire le inondazioni che colpivano regolarmente il Sudan. \u00c8 inoltre italiana la societ\u00e0 di costruzioni che ha edificato la diga, anche se Roma si era pronunciata contro la realizzazione dell\u2019impresa, e ci\u00f2 probabilmente su richiesta del Cairo per la firma di lucrosi contratti per la vendita di armi. L\u2019attivit\u00e0 della Webuild ha una lunga storia in Etiopia, dove ha compiuto numerose opere, talora accompagnate da controversie, ma sempre con la piena soddisfazione del committente. Il cantiere Gerd \u00e8 di sicuro il pi\u00f9 ambizioso per dimensioni e complessit\u00e0 tecnica, eppure, per non irritare l\u2019Egitto, di cui l\u2019Italia \u00e8 il primo partner commerciale, la nostra diplomazia anzich\u00e9 esaltarlo preferisce ignorarlo. Contattati da Repubblica,i vertici dell\u2019azienda di costruzione preferiscono non pronunciarsi .<\/p>\n<p>\u00c8 invece Asltom, che fornisce il dispositivo idroelettrico della diga, a coinvolgere la Francia nel progetto etiopico, pur avendo anch\u2019essa ottimi rapporti commerciali con il Cairo, soprattutto legati all\u2019industria bellica. Parigi cerca di mantenere una perfetta neutralit\u00e0 tra le parti, e sembra sottostimare i pericoli insiti nella crisi della diga. Washington, invece, che sotto Donald Trump appoggiava platealmente Al-Sisi con l\u2019avvento di Joe Biden ha riequilibrato la sua posizione. Su richiesta di Trump, il Cairo aveva fatto pressione su Khartoum affinch\u00e9 l\u2019anno scorso riconoscesse Israele, sebbene lo Stato ebraico fosse sempre stato dalla parte di Addis Abeba. Ma alla fine, anche la mediazione americana si \u00e8 rivelata un fiasco, sebbene tra novembre 2019 e febbraio 2020 furono organizzati cinque summit tra Egitto, Sudan ed Etiopia. Al sesto, per\u00f2, quello in cui era prevista la firma di un documento che siglava i progressi compiuti, gli etiopi non si sono presentati, adducendo un appiattimento statunitense sulle posizioni del Cairo. Otto mesi dopo, il dipartimento di Stato ha annunciato la sospensione di 260 milioni dollari di aiuti all\u2019Etiopia.<\/p>\n<p>Quanto a Pechino, con interessi economici in ognuno dei tre Paesi, ha ben cinque imprese nel cantiere della diga. Come ripete il suo ministro degli Esteri, Wang Yi, la Cina \u00e8 pronta a sostenere una soluzione pacifica e negoziata della crisi. Lo scorso 7 luglio, pur avendo gi\u00e0 investito molti soldi sulla Gerd, l\u2019Arabia Saudita s\u2019\u00e8 schierata con l\u2019Egitto incoraggiando \u00abgli sforzi per preservare i suoi diritti sulle acque del Nilo e per risolvere la crisi in osservanza alle leggi internazionali\u00bb. Pi\u00f9 ambigua \u00e8 la posizione degli Emirati Arabi Uniti, storici partner commerciali dell\u2019Egitto, che hanno per\u00f2 investito pesantemente in Etiopia e che quindi preferiscono ignorare le rivendicazioni del Cairo e di Khartoum. Nell\u2019aerea si stanno intanto delineando due opposte alleanze: Abu Dhabi che sostiene il Cairo, e Ankara che per una volta si schiera con un Paese a maggioranza cristiana contro un altro a maggioranza musulmana.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>U<strong>na possibile congestione dell\u2019acqua<\/strong><\/p>\n<p>Ma \u00e8 vero, come teme il contadino Shafik, che quest\u2019ampia regione del Continente sta per essere travolta da un conflitto? \u00abGli etiopi sono stati molto furbi ad accelerarne il riempimento della diga, perch\u00e9 hanno di fatto creato il pi\u00f9 efficace deterrente contro un bombardamento da parte dell\u2019aviazione egiziana\u00bb, spiega l\u2019islamologo francese Gilles Kepel, di cui esce in questi giorni l\u2019ultimo saggio (Il Ritorno del Profeta, Perch\u00e9 il destino dell\u2019Occidente si decide in Medio Oriente, Feltrinelli). \u00abCerto, il Cairo potrebbe attaccare altri siti etiopici e soprattutto sostenere le fazioni secessioniste. Ma saldamente inserito negli accordi di Abramo, il generale Al-Sisi si sforza di massimizzare i benefici per migliorare il suo posizionamento regionale di fronte ai suoi rivali o ai suoi alleati. Dichiarare guerra all\u2019Etiopia urterebbe gli equilibri geopolitici della regione e finirebbe col mettere a rischio i finanziamenti militari che l\u2019Egitto riceve dagli Emirati e dell\u2019Arabia\u00bb.<\/p>\n<p>Secondo William Davison, rappresentante del Crisis Group nel Corno d\u2019Africa, \u00e8 giunto il momento di trovare un compromesso. \u00abAnche in Africa gli esempi ai quali ispirarsi non mancano, dal fiume Senegal al Niger, le cui portate sono da decenni gestite in maniera collegiale. Per arrivare a una cogestione delle acque del Nilo basterebbe che l\u2019Etiopia offrisse qualche garanzia in pi\u00f9 all\u2019Egitto e al Sudan, Paesi che dal canto loro dovrebbero rinunciare ai diritti che rivendicano grazie a un trattato che non fu mai ratificato da Addis Abeba&#8221;, sostiene Davison. Quest\u2019accordo di condivisione delle acque del Nilo risale al 1959: assegna al Cairo 55,5 miliardi di metri cubi d\u2019acqua l\u2019anno e 18,5 miliardi a Khartoum ignorando la parte di Addis Abeba. Da decenni gli egiziani si appellano a questo testo, di cui gli etiopi chiedono l\u2019abrogazione.[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_single_image image=&#8221;58492&#8243; img_size=&#8221;full&#8221;][vc_empty_space][vc_column_text]<strong>Il ruolo del Sudan<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Ma la soluzione \u00e8 forse nelle mani di Khartoum, oggi schierato con il Cairo, dopo esser stato a lungo dalla parte di Addis Abeba, che con la Gerd aveva promesso la fine delle inondazioni in intorno alla capitale e l\u2019elettrificazione delle campagne sudanesi. A provocare il brusco voltafaccia sono state le recenti schermaglie alla frontiera etiope, scoppiate in concomitanza dell\u2019invasione del Tigray da parte delle truppe di Addis Abeba e che hanno riacceso un conflitto frontaliero che dura da decenni. \u00abUna volta risolte le questioni dei seicento chilometri quadrati del triangolo di Al-Fashaga e della guerra nel Tigray, il Sudan potrebbe rivestire i panni del perfetto mediatore, perch\u00e9 anche geograficamente \u00e8 situato in mezzo alle due grandi potenze regionali\u00bb, aggiunge Gilles Kepel. \u00abMentre la diplomazia di Al-Sisi mobilita tutta una rete africana tessuta a partire dall\u2019epoca di Nasser, il Sudan si ritrova oggetto di un conflitto che sorgendo dalle acque del Nilo irriga alternativamente le alleanze e le rotture nella regione\u00bb. Il Paese che \u00e8 stato governato fino al 2019 dal generale Omar al-Bashir, nel corso della sua storia ha ospitato terroristi di diversi credi, da Ilich Ram\u00edrez S\u00e1nchez, alias Carlos (dal 1991 al 1994) fino a Osama bin Laden (dal 1992 al 1996). Porto sicuro dei movimenti jihadisti attivi nel Corno d\u2019Africa, bombardato da missili da crociera americani a met\u00e0 agosto 1998 in ritorsione agli attentati di Al Qaeda contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania il 7 dello stesso mese, il regime militare- islamista \u00e8 anche servito come zona di transito per i missili iraniani destinati a Hamas nella Striscia di Gaza. Ma dalla rivoluzione della primavera di due anni fa, il Sudan \u00e8 retto da un governo di transizione, composto per met\u00e0 da civili e per met\u00e0 da militari, al quale si sono avvicinati sia l\u2019Arabia Saudita sia gli Emirati, disposti a investire miliardi di dollari per contribuire alla sua sicurezza alimentare. Prima di includere l\u2019ex &#8220;Paese Jihadista&#8221; negli accordi di Abramo, per sottrarlo definitivamente all\u2019asse Fratellanza- sciiti e per testare la sua disponibilit\u00e0 a riconoscere lo Stato ebraico, il 25 agosto 2020 l\u2019ex Segretario di Stato americano Mike Pompeo aveva effettuato una visita nella capitale sudanese a bordo del &#8220;primo volo ufficiale tra Tel Aviv e Khartoum&#8221;. Lo scorso dicembre, lo stesso Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti hanno formalmente tolto il Sudan dalla loro lista nera di Paesi che sostengono il terrorismo, dove era iscritto dal 1993.<\/p>\n<p>Rimane da sciogliere il nodo della regione di Al-Fashaga. Stretta tra i fiumi Setit e Atbara, secondo i sudanesi fa parte integrante del loro territorio, ma negli ultimi vent\u2019anni \u00e8 stata pacificamente invasa da migliaia di contadini etiopi e dalle milizie di etnia Amhara. A dicembre, approfittando del conflitto nel Tigray, in cui i miliziani Amhara hanno deciso di intervenire unendosi all\u2019esercito di Addis Abeba per sconfiggere i loro storici nemici tigrini, Khartoum ha inviato le sue truppe per riconquistare le fertili terre di Al-Fashaga. Da allora, mentre continuano ad ammassarsi le truppe di entrambi gli schieramenti, non c\u2019\u00e8 giorno in cui non si contino vittime da una parte o dall\u2019altra del confine. \u00c8 in questo conflitto di frontiera che il Cairo e Khartoum potrebbero far trovare la scintilla per scatenare la guerra contro l\u2019Etiopia.<\/p>\n<p>Ma in seno al governo sudanese, soprattutto tra i civili che ne fanno parte, c\u2019\u00e8 chi non crede che la soluzione migliore sia il ricorso alle armi. Dice il ministro dell\u2019Irrigazione Yasser Abbas: \u00abPer raggiungere il nostro obiettivo, ossia per costringere gli etiopi a collaborare sulla Gerd, useremo solo mezzi pacifici, legali e diplomatici\u00bb. Quanto al primo ministro, Abdalla Hamdok, ha deciso di invitare Abiy Ahmed ed Al-Sisi a Khartoum nel tentativo di riannodare i sottilissimi fili di un dialogo che, a suo parere, non \u00e8 mai stato del tutto interrotto. Dopo dieci anni di appuntamenti mancati e di fallimenti diplomatici, la mediazione di questo pacificatore che \u00e8 parte in causa, sarebbe l\u2019ultima chance prima che le sponde del grande fiume si trasformino in una linea del fronte. Al posto di un conflitto che avrebbe conseguenze incalcolabili, potrebbe esser siglata un\u2019intesa per accompagnare verso un futuro migliore tutta la regione del<strong> bacino del Nilo, che nel 2050 conter\u00e0 pi\u00f9 di 600 milioni di abitanti.<\/strong><\/p>\n<p>Profughi etiopi lungo le rive del fiume in Sudan fuggono dal conflitto nella regione del Tigray. Novembre 2020[\/vc_column_text][vc_empty_space][vc_single_image image=&#8221;58493&#8243; img_size=&#8221;medium&#8221; alignment=&#8221;center&#8221;][\/vc_column][\/vc_row]<\/p>\n<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Al posto di un conflitto che avrebbe conseguenze incalcolabili, potrebbe esser siglata un\u2019intesa per accompagnare verso un futuro migliore tutta la regione del bacino del Nilo, che nel 2050 conter\u00e0 pi\u00f9 di 600 milioni di abitanti?<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":58405,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[76,238],"tags":[266],"class_list":["post-58404","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-sociale","category-storia","tag-acqua","category-76","category-238","description-off"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/58404","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=58404"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/58404\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":72685,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/58404\/revisions\/72685"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/media\/58405"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=58404"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=58404"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppecaprotti.it\/2019\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=58404"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}