Redatto il 14 ottobre, aggiornato il 18 ottobre 2025
I consumi di alcol sono sempre più in calo, non è una novità.
Per dare un esempio calzante : i consumi pro-capite di vino, in Italia, sono il 40% circa di quelli che erano agli inizi degli anni ’60 (43 litri contro 119).
L’ulteriore conferma la si trova qui : “Meno alcolici e più bevande analcoliche. Il trend europeo lo fotografa Circana, durante il Beverage forum Europe, tenuto a Londra il 7 ottobre. Il mercato complessivo delle bevande in Europa vale 166 miliardi di euro e pesa il 23% della domanda totale di prodotti di largo consumo alimentare nei sei maggiori mercati europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Regno Unito). A valore, il settore è cresciuto del 2,1% con volumi a +0,6% annui, ma gli analisti hanno evidenziato il calo delle bevande alcoliche, con -1,8% nel giro d’affari (a 68 miliardi di euro) rispetto alle bevande analcoliche che hanno segnato un +5,1%, toccando i 97 miliardi di euro.
Ormai, l’universo delle bevande analcoliche, funzionali e a basso contenuto alcolico oppure con zero alcol costituisce quasi il 60% delle vendite della categoria, secondo le ultime rilevazioni di Circana sul commercio al dettaglio (anno terminante ad agosto 2025). Il trend è consolidato da qualche anno. Il segnale chiaro, come ha sottolineato nel suo intervento Ananda Roy, Svp thought leadership di Circana, che «il futuro della crescita è saldamente nelle mani dell’innovazione analcolica». E questo andrà a impattare anche sul settore dei vini, chiamato pertanto a un’importante sfida per il futuro.
Meno alcolici e più bevande analcoliche. Il trend europeo lo fotografa Circana, durante il Beverage forum Europe, tenuto a Londra il 7 ottobre. Il mercato complessivo delle bevande in Europa vale 166 miliardi di euro e pesa il 23% della domanda totale di prodotti di largo consumo alimentare nei sei maggiori mercati europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Regno Unito). A valore, il settore è cresciuto del 2,1% con volumi a +0,6% annui, ma gli analisti hanno evidenziato il calo delle bevande alcoliche, con -1,8% nel giro d’affari (a 68 miliardi di euro) rispetto alle bevande analcoliche che hanno segnato un +5,1%, toccando i 97 miliardi di euro.
Ormai, l’universo delle bevande analcoliche, funzionali e a basso contenuto alcolico oppure con zero alcol costituisce quasi il 60% delle vendite della categoria, secondo le ultime rilevazioni di Circana sul commercio al dettaglio (anno terminante ad agosto 2025). Il trend è consolidato da qualche anno. Il segnale chiaro, come ha sottolineato nel suo intervento Ananda Roy, Svp thought leadership di Circana, che «il futuro della crescita è saldamente nelle mani dell’innovazione analcolica». E questo andrà a impattare anche sul settore dei vini, chiamato pertanto a un’importante sfida per il futuro.
Meno alcol per 7 consumatori 10
Circana guarda a un mercato europeo che vive un riassetto strutturale: «Una nuova generazione di consumatori – fanno sapere gli esperti di mercato – si sta gradualmente allontanando dall’alcol in favore di alternative innovative e più sane». Dall’analisi presentata da Circana a Londra, un dato emerge su tutti: il 71% dei consumatori acquista, conserva o consuma meno alcol, mentre «quasi un quarto dei giovani tra 25 e 35 anni ha smesso del tutto di acquistare alcolici».
Le ragioni dell’alternativa analcolica
Diverse le ragioni per cui i consumatori dei sei Paesi Ue presi in considerazione da Circana preferiscono l’analcolico all’alcolico. Le bevande analcoliche sono più rinfrescanti per il 55% dei cittadini europei, inoltre sono «più sane con ingredienti di origine vegetale» e «migliori nel gusto» (27%), ma sono indicate anche come «più salutari» (22%) e «adatte al mio stile di vita» (21%) come ragioni principali per passare dall’alcol ad alternative. Tra queste ci sono le bevande funzionali, quelle a base proteica, il kombucha e le opzioni a basso/zero alcol… ”
Alla situazione di mercato, tendenziale, con una produzione venduta in alcuni casi sottocosto ( “La radice della crisi sta nei numeri. Ai viticoltori oggi viene riconosciuto un prezzo di circa 48 centesimi di euro al chilo ivati per il Pinot Nero destinato alle basi spumante. Una cifra che non copre i costi di gestione di un vigneto né quelli della vendemmia. In pratica, si produce in perdita ” Michele Ardoni ), i cui consumi sono, favoriti dai piani sanitari dell’ONU in discesa (in calo del 20% le morti per l’alcol nel mondo) , si sono aggiunte altre circostanze:
- le misure sul consumo di alcol per chi guida.
- i dazi che hanno abbassato i margini dei produttori italiani (vedi articolo sotto).

E dice no alle misure di contenimento dell’offerta: “Bisogna lavorare sulla domanda”. A partire da una grande campagna di comunicazione in Italia ( che sarebbe a cura del governo).
Nel frattempo, lo scorso 4 agosto è stato convocato il Tavolo del vino. Tra le proposte si è parlato anche di riduzione dell’offerta attraverso il contenimento delle rese e lo stop ai nuovi impianti per almeno un anno.
Si è parlato anche di estirpazione : la Francia ha già iniziato, mentre la Germania ha appena chiesto all’Europa un piano di espianti paneuropeo. Si va verso gli estirpi anche in California.
E nel primo trimestre del 2025 le vendite di vino e liquori del gruppo sono ancora diminuite del 9% su base organica, rispetto a un calo del 3% in tutta l’azienda (Financial Times).
Sotto: il calo del fatturato dell’ alcol – divisione Moet Hennessy – nel 2024 è stato molto più forte di quello delle altre divisioni di LMVH, anche se- a dire il vero – nei primi 9 mesi del 2025, vini e alcolici hanno segnato un + 1% rispetto a previsioni di un calo a -4% (Corriere della Sera del 15 ottobre 2025).

Di fronte a questa situazione, che colpisce i produttori di tutti i produttori occidentali, la Francia ha reagito compatta : si sono mobilitati produttori, distributori ma anche opinon leader per cercare di arginare il fenomeno che mette in difficoltà anche gruppi del lusso come LVMH.
Di seguito ne vedete un esempio con queste 12 pagine pubblicate sul quotidiano Le Monde a settembre, a sostegno della grandissima promozione denominata “Foire a vin”, a cui partecipano praticamente tutte le strutture commerciali operanti sul mercato francese, ivi compresi i discount (Lidl è uno dei più grandi acquirenti di vino francese).
Bisogna rimediare a delle situazioni molto complicate :
Moët Hennessy, l’impero del vino e degli alcolici di proprietà della francese LVMH, è passato dal generare 1 miliardo di euro in contanti nel 2019 a bruciare 1,5 miliardi di euro l’anno scorso, secondo i documenti visionati dal Financial Times, a causa degli aumenti aggressivi dei prezzi e di una sfortunata corsa alle acquisizioni che hanno colpito il business delle bevande del gruppo di lusso. Il gruppo dietro lo champagne Dom Pérignon e il cognac Hennessy è stato duramente colpito da una flessione globale delle vendite di bevande alcoliche.
Ma le persone che hanno familiarità con le operazioni di Moët Hennessy affermano che le decisioni strategiche prese sotto la guida dell’ex amministratore delegato Philippe Schaus, che ha lasciato il gruppo all’inizio del 2025, hanno esacerbato i suoi problemi.
E’ possibile che il grandissimo gruppo del lusso, da debba un giorno rinunciare a marchi di champagne come Moet Chandon, Veuve Clicquot, Krug o Dom Perignon?
Bernard Arnault, era già uscito dal capitale di Carrefour perdendoci dei soldi ma cognac e champagne sono prodotti che sicuramente ha sposato più di quelli della distribuzione poichè combaciano con la “french way of life”, il lusso alla francese. Difficile abbandonare la partita: sarebbe una sconfitta molto più dolorosa e visibile di quella subita con Carrefour.
Per il momento i francesi, al contrario da quanto dichiara Mastrobernardino, sembra che vogliano tentare di rilanciare i consumi, impresa non facile vista la crisi in mercati di lusso come USA e Cina e la disaffezione dei giovanissimi.
Per fortuna, in Italia, c’è invece chi – come Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi – dice “meno vigne”.

