Redatto il 12 novembre, aggiornato il 20 dicembre 2024
La guerra tra la Russia e l’Ucraina ha effetti importanti sull’evoluzione politica ed economica dell’Europa. Questi due articoli – che ho unito in un unico scritto – fotografano alcuni aspetti, poco conosciuti, relativi a propaganda e agli scambi commerciali con la Russia.
Sulla guerra di propaganda Le Monde ha rivelato che migliaia di influencer, tra cui cittadini francesi, sono stati avvicinati da persone vicine al Cremlino per diffondere propaganda filo-russa
I movimenti economici intorno a testate, influencer, Srl semplificate e tutte le altre entità che divulgano fake news putiniane avvengono sempre attraverso una terza società, in una triangolazione che ripulisce le operazioni. Per fortuna a Bruxelles, e anche a Roma, qualcosa si sta muovendo grazie a uno strumento annunciato al termine dell’ultimo Consiglio europeo
C’è una menzogna nella menzogna che accompagna le attività dei propagandisti italiani che diffondono il verbo del Cremlino nella sfera digitale italiana, ed è costituito dalle modalità di finanziamento. Come avevamo già raccontato qualche settimana fa, criptovalute e bitcoin servono per aggirare i blocchi economici derivati dalle sanzioni che vanno a ingrossare le fila di società con piattaforme in Paesi terzi non toccate dalle restrizioni – come ad esempio Turchia, Azerbaijan e Cina – che riversano poi a società europee, fatturando servizi e consulenze che non avvengono mai.
Un dossier che da qualche tempo è sotto la lente d’ingrandimento dell’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (Uif) e della Guardia di Finanza che cercano di tracciare i movimenti finanziari intorno a entità giornalistiche, a influencer e a società di comunicazione che da anni divulgano la propaganda del Cremlino.
Il finanziamento illegale – secondo quanto trapela dagli investigatori come prassi – non avviene mai coinvolgendo direttamente il divulgatore o il giornalista interessato, ma attraverso una terza società committente cui i propagandisti emettono regolare fattura.
Le testate, le associazioni culturali, le Srl semplificate che ricevono i finanziamenti da entità straniere li trattengono per il funzionamento delle proprie strutture, e poi girano somme a coloro che producono contenuti. Ovviamente il requisito principale che accomuna queste testate è la narrazione del «ci sosteniamo grazie alle donazioni dei lettori».
Un frame che mescola una zona di verità a una di menzogna. Ci sono persone fisiche, associazioni o entità terze che finanziano con i propri soldi la rete, ma queste rappresentano circa il trenta per cento degli introiti; il rimanente viene raccolto con cene di finanziamento «che spesso – come rivela al nostro giornale un funzionario dei servizi di intelligence – sono lo strumento ideale per versare una buona quantità di liquidità illegale nel circuito pulito», oppure tramite le piattaforme di donazione che permettono la proliferazione di utenti fake generati da bot che riversano piccole cifre (dai cinque euro in su) che passano, appunto, come donazioni liberali, ma che non sono altro che elargizioni di entità straniere che foraggiano la propaganda.
Per verificare in prima persona questa modalità operativa, grazie all’aiuto di alcuni esperti di criptovalute e reti digitali, abbiamo effettuato un’operazione similare nella giornata di domenica, creando alcuni account falsi che hanno movimentato denaro verso alcune piattaforme come Telegram e Buymeacoffee, e siamo riusciti a versare piccole cifre creando account diversi e associando conti digitali creati ad hoc. Nel giro di un’ora oltre trenta profili hanno finanziato content creator e reporter vicini al Cremlino.
Queste tattiche ormai non passano più inosservate e, come ci rivela la nostra fonte, «molte strutture stanno lavorando in modo congiunto e presto avremo anche degli strumenti operativi per congelare beni, emettere fogli di via e proibire l’ingresso nei Paesi europei dei propagandisti e dei media».
Lo strumento operativo nuovo in realtà c’è da qualche settimana, ed è stato annunciato senza far troppa notizia lo scorso 8 ottobre al termine del Consiglio europeo. Come si legge sul sito della Commissione Europea, «l’Ue ha adottato un quadro di sanzioni contro i responsabili di attività destabilizzanti contro l’Ue e i suoi Stati membri. Il quadro consente all’Ue di colpire persone ed entità coinvolte in azioni e politiche del governo della Federazione Russa che minano i valori fondamentali dell’Ue e dei suoi Stati membri, la loro sicurezza, indipendenza e integrità, nonché quelli delle organizzazioni internazionali e dei Paesi terzi. Grazie al nuovo regime di sanzioni, l’Ue può affrontare una serie di minacce ibride, quali: l’indebolimento dei processi elettorali e del funzionamento delle istituzioni democratiche; minacce e sabotaggi di attività economiche, servizi di interesse pubblico o infrastrutture critiche; l’uso di disinformazione coordinata, manipolazione dell’informazione straniera e interferenza (Fimi); attività informatiche dannose; la strumentalizzazione dei migranti. Le misure restrittive relative agli attacchi ibridi provenienti dalla Russia includono il divieto di viaggio per gli individui, il congelamento dei beni di individui ed entità e il divieto di mettere fondi o risorse economiche a disposizione dei soggetti elencati».
L’Europa sembra muoversi, e i propagandisti nostrani sono sempre più agitati.
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Gli esportatori russi hanno iniziato a ricorrere agli accordi di baratto nel tentativo di risolvere i ritardi di pagamento causati dalle sanzioni occidentali per la guerra di Mosca in Ucraina. Le banche straniere hanno iniziato a eliminare le controparti russe dopo che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden a dicembre ha minacciato di imporre sanzioni secondarie agli istituti di credito che assistono la Russia nei suoi sforzi bellici. La mossa ha intaccato gli sforzi di Mosca di vendere materie prime all’estero e importare merci estere, spingendo il governo russo a promuovere il sistema del baratto come un modo per regolare i pagamenti internazionali…
Il ritorno a un sistema di baratto ricorda i modi inventivi in cui gli importatori sovietici, che avevano anche un accesso limitato al dollaro USA, acquistavano merci estere, pagando le importazioni di Pepsi con casse di vodka Stolichnaya negli anni ’80 e, in un’occasione, navi da guerra e sottomarini rivenduti come rottami metallici.
Il mese scorso il commerciante agricolo russo Astarta Agrotrading ha stretto un accordo di baratto con due società in Pakistan per scambiare ceci con mandarini…
Le importazioni totali in Russia sono diminuite di circa l’8% nella prima metà del 2024, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, secondo i dati del servizio doganale federale del Paese. Ciò corrisponde ai documenti di altri paesi, compilati da Trade Data Monitor, che stimano che ci sia stato un calo del 9% delle esportazioni verso la Russia da paesi che pubblicano regolarmente statistiche commerciali.
La Cina è il più grande esportatore verso la Russia e a gennaio, il ministero dello Sviluppo economico russo ha preparato una guida di 15 pagine su come le aziende che desiderano perseguire accordi di baratto dovrebbero calcolare i costi e redigere i contratti…
L’IVA sulle importazioni barattate viene calcolata in base al costo stimato dei beni scambiati. Ma “questo parametro può essere manipolato”, ha detto Prokopenko, “perché nel database doganale il contratto sembrerà come se due chilogrammi di arance costassero tre sedie”.
Anche se la pratica può indebolire le entrate fiscali del Cremlino, il governo è disposto a chiudere un occhio per garantire che gli scaffali dei supermercati rimangano pieni…
Ma gli analisti dubitano che gli schemi di baratto diventeranno la panacea per i problemi commerciali della Russia. “Il baratto ha molti svantaggi per le aziende coinvolte, è molto più scomodo da avviare”, ha detto Janis Kluge, esperto di economia russa presso l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza.
N.B. : se la maggioranza delle imprese occidentali è rimasta in Russia, c’è chi come Auchan, dopo due anni, sta lasciando il Paese.


