Redatto il 18 luglio, aggiornato il 10 agosto 2024
Recentemente ho visto un bellissimo film, Delta, con Alessandro Borghi e Luigi Lo Cascio.
Mi sono ritrovato nell’ambiente descritto da questo interessantissimo articolo del 2015 del Corriere Della Sera che avevo citato all’epoca di Expo per parlare della qualità del cibo.
I 400 predoni del pesce che avvelenano il Po
Bande venute dall’Est Europa saccheggiano il fiume di notte con reti enormi e sostanze chimiche. Una razzia che alimenta il mercato nero all’estero
di Francesco Alberti
ROVIGO Nei vicoli scrostati di Borgo Fiorito, villaggio turistico mai decollato, accucciato sotto l’argine di Cavanella Po tra orizzonti lunghi e silenzi irreali, la gente e le targhe delle auto parlano solo romeno. Qui lo Stato un giorno è arrivato. E ha lasciato il segno della legge. I tre garage semicoperti dalla boscaglia sono stati ingabbiati con il nastro adesivo dei provvedimenti di sequestro dopo che la Forestale ha scoperto celle frigorifere capaci di contenere tonnellate di pesce strappato illegalmente al Po per poi essere stoccato in barba alle più elementari norme igieniche e quindi caricato su furgoni verso i mercati dell’Est (ma anche qualche bancarella italiana in vena di sconti). Appena però lo Stato se n’è andato, i fuorilegge hanno ripreso il sopravvento: «Tempo due settimane e i frigoriferi sono ricomparsi in un container…» sospira il comandante della Forestale di Rovigo, Gianfranco Munari.
Borgo Fiorito è solo uno dei santuari di una guerra sorda, figlia di un dio minore perché elettoralmente di scarsa audience, imbevuta di omertà, minacce e sottile paura, che da anni va in scena in quel miracolo di fauna, flora e acque dolci che è l’areale padano. Da Mantova al Delta, da Venezia a Ravenna, da Rovigo e Ferrara, migliaia di chilometri di Grande Fiume e canali.
È la guerra contro i predoni del Po: «pirati», «barbari», come li chiama la gente di qui. «Prima erano ungheresi, ora romeni: originari del Delta del Danubio, di cui hanno messo a rischio l’integrità ambientale con tecniche di pesca selvaggia, furono costretti ad andarsene per le restrizioni imposte dalle autorità romene e dall’Unesco, trasferendosi da noi» afferma il presidente della Provincia di Rovigo, il pd Marco Trombini.
È un business enorme dai contorni indefiniti: ogni clan è in grado di organizzare 2-3 carichi a settimana da 30 quintali ciascuno. Pesce che viene venduto a 10-15 euro al quintale, alla faccia della tracciabilità. Un sistema criminale che può contare, oltre che su una rete commerciale rodata, anche su agguerriti uffici legali per far fronte alle ingiunzioni dello Stato (particolarmente rinomato, si vocifera, un avvocato romeno del Trevigiano).
«Siamo al limite del disastro ambientale» afferma il presidente della Provincia di Rovigo. Solo a Ferrara, che vanta 4 mila km di canali, in un anno è andato perso un terzo del patrimonio ittico (dati dell’Università). E il sindaco di Adria, Massimo Barbujani: «Nei weekend compaiono tendopoli sulle sponde del Po e le golene si riempiono di resti di pesci». Per i pescatori sportivi è una tragedia: «I predoni ci tolgono la materia prima, arrecano danni all’intero comparto».

Ma il problema è più ampio: violazione delle norme igieniche, evasione fiscale, scarico abusivo di liquami, abusi edilizi. Un mix di reati contro il quali «lo Stato ha le armi spuntate» ammette il comandante Munari. Forestale, Finanza, guardie della Provincia e carabinieri fanno quello che possono, le Prefetture convocano tavoli, ma l’area da controllare è immensa e le risorse limitate. Successi ce ne sono: la Provincia di Ferrara ha recuperato 16 km di reti illegali, 14 barche, 2 motori fuoribordo; la Forestale di Rovigo ha intercettato più di 100 quintali di pesce. Ma manca il coordinamento. «E le sanzioni non hanno effetto sui predatori — afferma il comandante Castagnoli —. Su 46 mila euro di multe elevate, ne sono state riscosse 4500…».
L’unica cosa che i predatori temono è il sequestro dei mezzi. «Ma bisogna entrare nel penale, contestare l’articolo 733 bis sulla distruzione di habitat in un sito protetto: non è così semplice. Noi cerchiamo di sorprenderli, intercettando i furgoni» aggiunge Munari. La Lega, con il capogruppo in Regione Emilia Romagna Alan Fabbri, ha presentato una risoluzione che chiede «un inasprimento delle sanzioni e il sequestro dei mezzi, ma bisognerebbe cominciare a riconoscere la fauna ittica come patrimonio dello Stato». Poi c’è il problema delle licenze professionali. Chiunque la può chiedere alla Provincia, bastano 50 euro: «Ai predatori servono come copertura in caso di controllo — afferma Trombini — sarebbe ora di sospenderle».
La gente del Po, in questa guerra, c’è dentro fino al collo. Chi organizza ronde anti romeni. Chi informa la Forestale dei movimenti delle bande (ma sotto anonimato «perché quelli menano»). E chi, per un po’ di pesce gratis, ai predatori dà una mano.
Come nel film, di cui consiglio la visione, anche se è molto violento.
Il Corriere parla di “mercato nero all’estero” ma nessuno sa dove realmente finisca tutto questo pesce.
Probabilmente anche in molti “all you can eat”, In Italia.
All’apparenza questa sembra una “storia locale” ma , viste le implicazioni, anche recenti – mafia e qualità del cibo , soprattutto a Milano, non riguarda solo il delta del Po che, purtroppo, sembra totalmente abbandonato a se stesso.


