Nella vita dei Caprotti entrarono presto le automobili, fin dalle primissime ancora con gli pneumatici non tinti di nero. Bisognerebbe essere un esperto di auto d’epoca per saperle riconoscere e valutare con pienezza, ma nelle fotografie seppiate del tempo che fu sono belle, anche se un po’ buffe, soprattutto in ragione di chi le guida: come non apprezzare la sicurezza del dr. Sigurtà, l’amministratore di famiglia, che riparato dalla polvere grazie a un paio di occhialoni da saldatore portati sotto l’elegante cappello a lobbia, siede dietro l’enorme volante mentre dietro i figli di Bernando, detto Nardo, mio nonno Peppino e le sue sorelle Silvia e Lina, cercano di assumere la posa migliore?

La passione delle automobili correva in famiglia. Il nonno Peppino adorava le macchine, e proprio in un incidente d’auto perse la vita, nel 1952; mio padre e i miei due zii giravano su macchine grandi e belle che guidavano con gran piacere.

Le automobili di famiglia, poi, non sono mai disgiunte dagli autisti, altre figure chiave della vita di una famiglia come i Caprotti.

Il più antico che le immagini ripropongono è Giannetto, l’autista di più di cent’anni fa, in posa sulla bella automobile tirata a lucido. Ai tempi, con le strade non asfaltate non solo in campagna, l’autista passava un mucchio di tempo a tirare a lucido automobili sempre coperte di polvere e fango, perché si facesse sempre bella figura.

C’era Luigi (Teodoro) Galli, “el Gigèt”, che ho conosciuto poco e ricordo solo ad Albiate, ma portava in giro tutti ed era molto fotografato. Grande meccanico, mentore – per le auto – di mio padre Bernardo che da giovane passava i pomeriggi con lui smontando e rimontando motori. Gigèt fu per anni l’autista della nonna Marianne.

Angelo Silva, “el Silvèt”, invece lo conobbi bene, ci portava sempre a scuola. Era una persona squisita, interista sfegatato, grandissimo fumatore (morì per quello).

Mi ricordo in particolare un episodio, raccontatomi da mio padre, che riguarda “El Silvèt”. Un anno partì per la Grecia portando per la casa di papà alcuni mobili e l’allora cuoca; alla frontiera jugoslava, a domanda del doganiere se avesse qualcosa da dichiarare rispose tranquillamente; “Niente!”. Lo tennero lì diversi giorni, con lui che telefonava a casa solo con pochi gettoni. Mio padre, naturalmente, andò su tutte le furie, chiedendogli perché diamine avesse risposto in quel modo, e il “Silvèt” tentò di spiegarsi, iniziando con “Mi g’hoo pensà…” (io ho pensato…), al che papà, scherzando, gli disse “Silva, lei non deve pensare!”. In effetti, avrebbe potuto chiedere… .

“El Silvèt” lo ricordo ancora in Via del Lauro, durante gli Anni di Piombo: avevamo 2 autisti e 2 guardie del corpo armate, e lui era uno dei due autisti. Non si usciva praticamente mai senza di loro, se non per andare al baracchino di dischi di via del Lauro, o in via Ponte Vetero dove c’erano il Galli  – all’epoca concorrente di Esselunga -, e la salumeria tenuta dai fratelli Stoppani, che poi diventeranno i proprietari di “Peck” e rimarranno sempre amici- concorrenti.

Suo figlio Gabriele Silva era un ragazzo molto capace; venuto a lavorare in Esselunga, venne licenziato per futili motivi più o meno alla mia epoca (2004).

Il “Gigèt” e il “Silvèt” ebbero una parte già all’inizio della mia vita, dato che furono chiamati da mio padre Bernardo a testimoni della mia nascita davanti all’ufficiale di stato civile, una settimana abbondante dopo il lieto evento (papà era sempre molto impegnato).

 

Fonti:

Albiate (MB), Villa San Valerio, Archivio Caprotti, “Archivio della Manifattura Caprotti; Ibid., Archivio fotografico.

Firenze, Archivio di Claudio Caprotti, Archivio fotografico.

 

Bibliografia:

G. CAPROTTI, “Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana”, Milano 2024/3.

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Spunto dal libro: "Le ossa dei Caprotti" Tra Garibaldi, la Cia ed Esselunga, il racconto ben documentato della famiglia che ha rivoluzionato per sempre le abitudini degli italiani.
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