I nostri vecchi l’avrebbero definito proprio così, “un original quadro”, ossia una di quelle opere che, fra Otto e Novecento, avevano iniziato a rivoluzionare totalmente la storia dell’arte, spesso e volentieri lasciando il grande pubblico perplesso. E originale e rivoluzionario lo zio Beppe lo fu, in effetti, una gran barba alla Carlo Marx e una partecipazione attiva al Sessantotto e al “sessantottinismo” che ne seguì, abbiamo una sua foto (purtroppo assai sfocata), sul retro della quale scrisse “La rivoluzione in marcia, Milano, 27 febbraio 1970, manifestazione dei giornalisti contro la repressione”.
Era nato il 6 ottobre 1941, poco più di un anno dopo mia madre Giorgina, venuta al mondo il 1 maggio 1940. La poca differenza di età li rese molto uniti da bambini; gli album di fotografie della loro madre, mia nonna Luisa Quintavalle, sono pieni di loro scatti, sempre insieme, lei una bimbetta scura di capelli, lui biondissimo e riccio, con due occhi grandi così.
Divenne giornalista, e un fior di giornalista, a lungo corrispondente in Israele per la rivista “Panorma”, poi autore di articoli di spessore, come il dialogo con Maria Corti, filologa, critica letteraria, scrittrice tra le maggiori del Novecento italiano, nel bicentenario della morte di Alessandro Manzoni per “Il Secolo XIX”.
Sposò in prime nozze Virginia Zervudachi, cui l’ex suocero Guido rimase molto legato, a giudicare dallo scambio di corrispondenza nel marzo del 1993 in cui lei, essendosi da poco risposata (con Lord Charles Edward Vere Gascoyne-Cecil, terzogenito del marchese di Salisbury), gli annuncia l’avvenuto matrimonio e vorrebbe rimandargli il denaro ricevuto dopo la data delle nozze, nel dicembre precedente, ancora pertinente agli accordi del divorzio da Beppe. Guido le risponde di usare quel denaro per “acquistare un piccolo regalo per te stessa che ti ricordasse da una parte tua madre e dall’altra un mancato suocero che ha sempre nutrito un grande affetto per te” (Lettera di Guido Venosta a Virginia Charl Cecil). Virginia, che ricordo con affetto, era anche molto amica di mia mamma Giorgina Venosta; quando studiavo al collegio Le Rosey c’era anche un suo parente, Alexis Zervudachi, figlio di Peter (conosciuto anche lui, assomigliava Peter Ustinov!), di cui ho un buon ricordo (purtroppo lo vedo poco).
Lo zio Beppe amava provocare: un’amica mi ha raccontato che “negli anni ’70, quando d’estate raggiungeva la nonna Luisa in vacanza (…) all’isola d’Elba, lo zio per burla si presentava come “duca”, di dove non si sa. In quelle vesti si recava dal macellaio di Capoliveri che, al suo ingresso nella bottega, accorreva a baciargli la mano. (…)” (pp. 85 – 86).
Daniele Moro, giornalista dal volto noto per essere stato al TG5, in un’intervista rilasciata nel 2006 a Filippo Bisleri riassume molto bene la figura dello zio: «Uno dei miei maestri è stato Beppe Venosta, uno dei migliori giornalisti italiani (“Panorama”, “Il Mondo”, “Il Sole 24ore”, Il “Secolo XIX” dove molto carinamente scrisse una recensione del mio libro “Alto Adige o Sud Tirol”, pubblicato da Franco Angeli ): severo, ironico, coraggioso e molto molto paziente anche con me. Uno che il giorno del matrimonio di Lady Diana scrisse una pagina intera sul quotidiano di Confindustria raccontando i riti, spesso assolutamente ignoti a noi, dello sposalizio di due sconosciuti figli della classe operaia inglese con le sue manie e le sue follie. E in un post scriptum ricordare che: “Lady Diana Spencer, oggi, ecc”: se fosse nato a Londra gli avrebbero fatto un monumento. Al suo funerale, a Milano, eravamo in sei».
Lo zio Beppe morì a 58 anni, il 15 gennaio 1999. Se lo portò via il cancro, quella malattia che suo padre, mio nonno Guido Venosta, aveva combattuto così a lungo e così efficacemente con l’AIRC – Associazione italiana per la ricerca sul cancro. Il nonno fortunatamente non dovette vederlo, essendosene andato solo pochi mesi prima del figlio.
Fonti:
Albiate (MB), Villa San Valerio, Archivio Caprotti, “Archivio di Guido Venosta”, “Archivio 1993-1998”: lettera di Virginia Charl Cecil a Guido Venosta, [Londra], 12 marzo 1993, e risposta del medesimo, Milano, 25 marzo 1993; Ibid., Archivio fotografico.
Bibliografia:
G. CAPROTTI, “Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana”, Milano, 2024/3.
ID., “Le ossa dei Caprotti”. I Caprotti e la famiglia: lo zio Giuseppe Venosta, detto Beppe, fratello di mia madre Giorgina. Spunti dal libro.
F. Bisleri, “Moro, giornalista per vocazione”, su “Telegiornaliste”, anno II N. 11 (43), 20 marzo 2006.
“Il Gran Lombardo. Il bicentenario della nascita di Manzoni. Ne parliamo con la studiosa Maria Corti2, a cura di G. Venosta, “Il Secolo XIX”, 6 marzo 1985.

