Il costo dell’impunità

 

Oggi paghiamo l’assenza di volontà politica contro gli abusi di Putin. Dal 2014, almeno

 

Nel dicembre del 2016, nella sua ultima conferenza stampa da presidente degli Stati Uniti, Barack Obama disse: “I russi non possono cambiarci né indebolirci in modo significativo. La Russia è un paese più piccolo, un paese più fragile di noi, la loro economia non produce nulla di desiderabile se non petrolio, gas e armi. La Russia non fa nemmeno innovazione: ma può colpirci e avere un impatto su di noi, se perdiamo contezza di quel che siamo”.

Donald Trump aveva già vinto le elezioni, l’interferenza russa in quel voto sarebbe stata dimostrata in seguito ma era già nota; la Russia si era già opposta all’alleanza economica tra Ucraina e Unione europea, c’era stata la protesta a Piazza indipendenza a Kyiv, gli “omini verdi” di Mosca erano entrati nel Donbass e la Crimea era stata annessa alla Russia.

Il piano di destabilizzazione di Vladimir Putin – fatto di ingerenze politiche (finanziamenti a partiti sovranisti), di ingerenze nell’informazione (le fabbriche di troll), di ingerenze militari (con l’esercito russo e con gli uomini del gruppo Wagner), di blitz dei servizi (con agenti nervini come il Novichok) e di repressione -era già in atto, ma l’approccio occidentale era quello delineato da Obama: finché valgono le nostre regole, la Russia non può colpirci.

Anne Applebaum, una delle maggiori esperte del regime sovietico e dello scontro tra democrazie e auto­crazie, scrive sull’Atlantic: “Non esiste un ordine mondiale liberale naturale, e non esistono regole sen­za che qualcuno le faccia rispettare”. Per molti anni, le violazioni delle regole da parte di Putin sono rimaste impunite e ora di quella tragica miopia si vedono le conseguenze.

 

Quanto ci costano oggi le conseguenze dell’impunità di Putin

 

Sempre la Applebaum dice che gli stupri, i saccheggi, gli omicidi, gli assalti brutali erano i metodi usati dall’Armata rossa nel 1944-45 per piegare l’Europa dell’est.

Non è un metodo di altri tempi: la Crimea, la cui annessione è stata causa di sanzioni individuali e commerciali, è stata completamente integrata nel 2015 alla Russia. I resoconti degli abusi alla popolazione locale sono pubblici e simili a quelli che vediamo oggi nelle città ucraine, ci sono ancora 109 prigionieri politici (oppositori) in Crimea e in Russia e le condizioni economiche imposte alla regione l’hanno grandemente impoverita.

E non c’è soltanto un accanimento particolare nei confronti dell’Ucraina: al confine con l’Abkhazia, che fu al centro della disputa militare tra la Russia e la Georgia, sono state detenute illegalmente, dal 2009 al 2016, quattordicimila persone: la prigionia si è conclusa in alcuni casi con delle multe, altre volte con torture, altre con la morte.

Quando oggi chiediamo all’Ucraina di accettare delle concessioni territoriali come compromesso per la pace e anzi cominciamo a pensare che Volodymyr Zelensky sia troppo intransigente nelle sue richieste ai negoziati, sappiamo già qual è il costo umano ed economico che stiamo chiedendo al governo di Kyiv e ancor più agli ucraini che abitano nei territori occupati.

Un altro esempio di impunità: nel luglio del2014, fu abbattuto un aereo di linea della Malaysian Airlines: morirono tutte le 298 persone a bordo. Un’inchiesta congiunta di Bellingcat e delle autorità olandesi (il volo era partito dai Paesi Bassi e la maggior parte dei passeggeri aveva un passaporto olandese) stabilì nel 2015 che un missile terra-aria era stato lanciato dai territori dell’est controllati dalle milizie filorusse da un si­stema missilistico di provenienza russa.

Furono individuati quattro re­sponsabili ed è iniziato un processo in absentia contro di loro in Olanda: la sentenza è prevista per metà set­tembre di quest’anno, la Russia ha sempre negato la propria responsa­bilità e di fronte alle testimonianze dei parenti delle vittime ha criticato “il piagnisteo accusatorio” a proprio danno, proprio come oggi il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, denuncia “le lamentele patetiche” dell’occidente di fronte agli attacchi dei civili. L’elenco delle violazioni delle regole internazionali da parte della Russia è lungo – dall’avvelenamento in territorio inglese di Sergei Skripal a quello di Alexei Navalny – e la reazione è sempre stata più o meno simile: sanzioni, espulsioni di diplomatici, parziale isolamento diplomatico e commerciale.

L’atteggiamento della Russia non è cambiato e anzi si è consolidata la convinzione di Putin di poter approfittare ulteriormente delle divisioni e delle debolezze dell’occidente. Anche la gestione della deriva violenta della Bielorussia da parte dell’occidente ha contribuito. L’esercizio di ripensare alla storia con i “se” è piuttosto stucchevole, ma è evidente che se oggi a Minsk non ci fosse Aljaksandr Lukashenka, che ha perso le elezioni nel 2020 ma ha mantenuto con la brutalità il potere, anche l’andamento della guerra di Putin in Ucraina sarebbe diverso.

Ma pure nei confronti della Bielorussia, che è un paese più piccolo e molto meno strategico rispetto alla Russia, la reazione europea e americana è stata poco incisiva: nonostante la repressione, nonostante il dirottamento in volo di un aereo di linea che trasportava un oppositore del regime, nonostante i processi sommari a chi contesta il regime, nonostante il traffico di migranti operato dal governo di Minsk verso il confine polacco per mettere sotto pressione l’Ue, Lukashenka è ancora al potere e in grado di offrire a Putin un sostegno logistico decisivo in questa guerra. Nel suo libro imprescindibile sui gulag, la Applebaum scrive che conoscere i metodi russi non serve per evitare che succeda ancora quella devastazione, “ma perché accadrà di nuovo”.

 

Paola Peduzzi

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