Nel 1929 Gianni Albertini, marito della mia prozia Ida Quintavalle, parte sul pack artico alla ricerca dei dispersi del dirigibile Italia di Nobile: un’impresa quasi impossibile. Il Corriere della Sera ne ripercorre la storia:
Estratto da il Corriere della Sera dell’11 febbraio 2026
… Del dirigibile Italia si ricordano le accuse e le polemiche. Lo schianto tra i ghiacci è il tragico epilogo di un viaggio con troppe aspettative. Finirà in un disastro, il dirigibile di 100 metri spezzato in due, dieci occupanti scaraventati sulla banchisa, altri sei intrappolati nella cabina che si schianta o forse esplode e sparisce.
C’è un film che ricostruisce quelle drammatiche fasi, La tenda rossa, la stessa che oggi è conservata al Museo della Scienza e della Tecnica a Milano. Simbolo di sopravvivenza, di resistenza, e dell’imponderabile che può accadere all’uomo quando sfida la natura. Ricorda i nove uomini che resistono per 48 giorni e 48 notti nella ghiacciaia del Polo, una prova durissima, oltre ogni limite.
Albertini fu tra i primi soccorritori di quei dispersi. Cesco Tomaselli, inviato del Corriere della Sera, ne parla come di un eroe omerico che vagabonda sul pack per 30 giorni alla ricerca di Nobile e del suo equipaggio. L’ingegnere milanese era stato tra i prescelti per la missione artica, destinato dal Cai a salire a bordo dell’«Italia». Ma il dirigibile andava alleggerito: troppo peso. Albertini sarà dirottato sulla nave d’appoggio Città di Milano. Stessa sorte per Tomaselli: l’inviato del Corriere doveva salire unico a bordo, ma Mussolini ha voluto anche il giornalista Ugo Lago, del Popolo d’Italia. C’è posto per uno solo, ordina il generale Nobile. Tomaselli e Lago se lo giocano a testa o croce. Il vincitore non tornerà più.
Nel 1929 Albertini si rimette in viaggio, verso il luogo della tragedia. Contro ogni logica e ogni possibilità, quando le ricerche sono ormai sospese per ordine di Italo Balbo, decide che bisogna dare una risposta ai familiari delle vittime. Glielo chiedono per poter avere qualcosa su cui pregare. E lui lo fa perché è giusto. Lo fa perché è l’unico in quei giorni ad avere la forza di farlo. Lo fa anche per capire se stesso, i suoi ideali, il coraggio e la pietas….
Ma ci vogliono soldi, tanti soldi. Albertini riesce a farseli dare. Un milione e 200 mila lire. Milano risponde. Nasce un Comitato. Ci sono i Crespi, Borletti, Marelli, lo stesso Corriere della Sera. Le grandi famiglie della borghesia milanese. In poco tempo Albertini raduna una squadra, composta da amici, gente coraggiosa e onesta, scrive nel diario. Ma deve trovare la nave, l’attrezzatura, i cani, l’equipaggiamento. Così va in Scandinavia e recupera una baleniera. Si chiama Heimen. Gli aggiunge la scritta: «Su Cai». Studenti universitari del Cai.
Nel gruppo c’è un fisico e anche un documentarista. Il video è un documento straordinario, con le immagini della spedizione e le annotazioni di Albertini. Il Corriere nel 1929 gli dedicherà due intere colonne in prima pagina. Milano diventa il motore di questa avventura, come lo era stata del dirigibile Italia. Ma stavolta è diverso. La spedizione che ha anche scopi scientifici è importante dal lato umano. Albertini racconta come la natura e la lotta per la sopravvivenza possono risvegliare qualità e sentimenti nell’uomo, in questo caso la lealtà, la paura, il coraggio, la sfida verso l’ignoto. In una pagina del diario scrive: «In noi rimarrà per sempre il peso dell’impresa e ci inseguirà per tutta la vita la febbre di cercare senza speranza cio che non si trova». I pensieri vagano tra Aristotele («È la natura che è eterna e non le cose») e Socrate: «Quante cose esistono… di cui non abbiamo bisogno…».
Nell’Artico le condizioni sono avverse. Dal 15 maggio al 22 settembre la Heimen sfida il mare ghiacciato e le slitte di Albertini viaggiano contro vento, neve, desolazione. Una tempesta li blocca per giorni e notti sotto una tenda gelata. I cani muoiono o devono essere abbattuti, un orso bianco attacca la spedizione, il pack può diventare un cimitero. Alla fine Albertini non trova quello che cercava, nessuno troverà mai quei poveri resti. Nel suo diario c’è la delusione, ma anche la forza d’animo. «Diecimila miglia nel ghiaccio polare, vere come la nostra tristezza, vere come il nostro senso del dovere… ».
Il viaggio sul pack rimanda al valore dell’impresa, all’importanza dell’aiuto che un uomo può dare ad altri uomini. È un inno alla speranza che non deve morire. Albertini nella vita farà altro. Il lavoro e la passione per il golf lo assorbiranno completamente. Di quell’avventura poca enfasi. Se ci pensa, piange.
Oggi che tutto è spettacolo, apparenza, narcisismi, egoismi, una bolla virtuale in cui il falso si confonde con il vero, quel viaggio non è una testimonianza solo di coraggio, è un’avventura spinta anche da un dovere morale. Un corsivo del Corriere gli dedica un elogio, non formale. Il video recuperato e trasmesso al Golf club Milano nel parco di Monza, conferma lo spirito della sua missione. Ad Albertini bastava sapere di aver fatto quel che era giusto fare. Non per dovere, ma perché era giusto farlo. Un insegnamento universale.
Gingiacomo Schiavi

