Gli uomini della famiglia Caprotti non hanno mai avuto un carattere facile, lo si vede e lo si legge nelle numerose testimonianze lasciate nel tempo, dalle lettere dei familiari ai documenti inerenti alla Manifattura tessile che portava il loro nome e che per più di un secolo e mezzo ebbe il suo centro ad Albiate. Erano sanguigni, litigiosi, si accendevano facilmente, competitivi e talvolta spietati. Ma potevano essere anche allegri, entusiasti, vitali, e provare un affetto profondo per la famiglia, anche se questo stesso potente vitalismo e la forte competitività portavano spesso a incomprensioni e gelosie difficili se non impossibili da ricomporre. La storia del nonno Peppino non è molto diversa dal quadro generale.

 

Temperamento sanguigno, competitivo e orgoglioso

Bambino del ’99 felice tra i campi di Albiate, non è facile mandarlo a scuola perché proprio non ha testa per lo studio, anche se frequenterà un collegio in Svizzera e poi una scuola commerciale in Italia. La madre, Bettina Caprotti, scrive al marito preoccupata: bisogna “infondere un po’ di volontà e di forza morale nel nostro Peppino per prepararlo alla lotta”, perché il ragazzo è svogliato e sfarfalla tra mille idee e passioni.

Arriva la Grande Guerra. Peppino ha appena sedici anni, lascia la scuola e si offre volontario, acceso da un entusiasmo irredentista che aveva già precedentemente infiammato altri familiari. La sua esperienza però è meno eroica di quanto avesse immaginato: finisce nelle retrovie, il fronte non lo vedrà mai. Sentendosi deluso, ferito nell’onore, tradito – non si sa da chi (il nonno, aspirante eroe nella Terza guerra d’indipendenza, scriveva le stesse cose), inonda di lettere il padre perché lo faccia entrare in una scuola ufficiali, senza riuscirci per la troppo giovane età.

 

Spirito inquieto e sensibile

Dalle testimonianze emerge un carattere molto ansioso e sensibile: un amico lo descrive “impressionabile come un’altalena”, la minima cosa può portarlo dalle stelle alle stalle e viceversa. Appena finita la guerra, quando frequenta finalmente una scuola ufficiali e viene mandato in Albania, la noia e l’inquietudine lo spingono a tempestare di lettere i parenti perché lo facciano rientrare.

 

Entusiasmo vitalistico e gusto per la vita

Negli anni Venti la timidezza lascia il passo alla voglia di godersi quegli anni brillanti di vita e di energia. Piccolino e svelto vorrebbe passare il tempo tra automobili, fanciulle e goliardate con gli amici, ma è anche tempo di prepararsi a prendere un giorno le redini dell’azienda. Per questo nel 1923 il padre lo manda in Francia, a Épinal, a studiare in una delle migliori scuole tessili dell’epoca. Qui Peppino incontra l’amore della sua vita, Marianne Maire.

 

Passione amorosa e attaccamento alla famiglia

Dalle lettere della sorella Silvia si vede un uomo molto geloso dei propri sentimenti. Quando lei, vedendo alcune fotografie della fidanzata, fa un commento gentile, Peppino s’irrigidisce tanto che Silvia sentirà il bisogno di scusarsi nella prima lettera che gli scrive dopo il ritorno in Francia.

Con Marianne si ameranno molto, e a lungo, anche se Peppino, dato il suo carattere facile ad accendersi, è “geloso come un Otello”, come scriverà lei stessa, e anche se, dopo anni, avrà altre storie amorose. Peppino ama profondamente la famiglia e i figli: nei momenti difficili della crisi cotoniera scrive al suocero che preferirebbe ritirarsi dagli affari per stare a casa a giocare ai trenini con il piccolo Bernardo (i trenini saranno poi una passione anche di Bernardo adulto), e ascoltare il “delizioso balbettare” del piccolissimo Guido.

 

Determinazione negli affari e conflitti padre-figlio

Come spesso accade nelle famiglie imprenditoriali, anche Peppino sarà ai ferri corti con il primogenito Bernardo, con il quale non mancano discussioni accese. Del resto anche Peppino, da giovane, ha avuto scontri durissimi con il padre prima di dedicarsi completamente all’azienda e contribuire a ricostruire le fortune della Manifattura. Insomma, non che questi padri non amino i loro figli, anzi: ma se sono nati intelligenti, forti e determinati come loro sono due galli in un pollaio.

 

Peppino muore poco più che cinquantenne, se lo porta via una curva troppo veloce finita in uno schianto fatale contro un albero. Il dolore è reso ancora più acerbo dal fatto che con lui si trova la donna che da un paio d’anni gli è segretamente a fianco, Anna Maria Morpurgo Zanchi, viva anche se gravemente ferita.

Dopo la morte di Peppino le immagini in casa sono quasi ridotte a una sola fotografia “ufficiale”, severa, senza sorriso. Riscoprire invece un uomo allegro, magari timido e ansioso ma sorridente e spiritoso, è stata una bella avventura.

 

Fonti:

Albiate (MB), Villa San Valerio, Archivi di Villa San Valerio, Archivio della Manifattura Caprotti; Ibid., Lettere di Marianne Maire; Ibid. Archivio fotografico.

Firenze, Archivio di Claudio Caprotti, Archivio fotografico.

 

Bibliografia:

G. CAPROTTI, “Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana”, Milano, 2024/3.

ID., “Giuseppe Caprotti. Personaggi: Peppino Caprotti (1899 – 1952)”.

ID., “”Le ossa dei Caprotti”. I Caprotti e la famiglia: Anna Zanchi Morpurgo, 1949”.

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Spunto dal libro: "Le ossa dei Caprotti" Tra Garibaldi, la Cia ed Esselunga, il racconto ben documentato della famiglia che ha rivoluzionato per sempre le abitudini degli italiani.
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