È lunga la serie di persone di stretta fiducia di cui si circondavano le famiglie di un tempo e riempivano le loro case, persone che chiamavano per nome i datori di lavoro (“scior Bernardo”, “sciora Bettina”, “scior Peppin”), sapevano della loro vita a volte più di loro stessi, e c’erano sempre ad ogni avvenimento importante della famiglia, con orgoglio e a volte anche commozione.
C’erano i due giardinieri, Raffaele (uomo squisito, una sua parente me ne ha parlato di recente durante una visita al parco della villa di Albiate), e dopo di lui Ambrogio detto “Ambrœus ghe piàsen i nus” (Ambrogio ama le noci) perché era goloso, appunto, di noci – e di lumache – del giardino, che raccoglieva e dava alla famiglia in proporzione di 1 a 10 (ne ho diretta testimonianza, nel senso che un giorno l’ho “beccato” con un vaso pieno di lumache…).
C’era il personale di casa, che ho sempre visto solo a Milano, in via del Lauro: “Tra le tante figure supplenti dei nostri genitori vi sono la bianca Lucia e Rosa la rossa. Lucia è una vera governante, una persona di famiglia. È una figlia schiettissima della Brianza bianca, molto religiosa Una figura d’altri tempi. [Era stata assunta dal bisnonno Nardo, N.d.R.]. Ha iniziato a lavorare alla Manifattura Caprotti fin da bambina e ricorda che la mattina raggiungeva la fabbrica da Rancate, un paese a una ventina di minuti, camminando nei suoi zoccoli di legno [anche sua nipote, Luisella, lavorerà per la Manifattura, N.d.R.]. (…). Lucia ci vuole bene, ci fa da mamma, da nonna, da zia, gioca con me a rubamazzetto, ci cura quando ci ammaliamo. Ricordo con grande affetto anche Rosa, bravissima cuoca. Viene dall’Appenino Emiliano, tutt’altra origine. Arriva a Milano negli anni ’50 e rimane con noi a lungo. (…) Rosa porta però con sé il laicismo dell’Emilia rossa. Litiga spesso con Lucia. Sento le loro urla in cucina, quando Lucia (…) papà è al lavoro. A fare da paciere, quando la tensione sale troppo, interviene Francesco, il maggiordomo, persona squisita. Anche lui è vittima delle manie di Bernardo, che gli fa chiudere e riaprire le finestre continuamente, a seconda dei momenti e degli odori.(…) Rosa è bravissima, a volte prepara ricette su richiesta di Bernardo, che ha il pallino della cucina francese portata dalla nonna [sua madre Marianne Maire, alsaziana, N.d.R]. (…). Spesso proviamo i prodotti alimentari dell’Esselunga, oppure Rosa cucina i piatti della tradizione emiliana. Nostro padre si infuria se il soufflé non si gonfia a dovere, oppure se lei usa una ricetta del ‘Cucchiaio d’argento’, un manuale proibito in casa, chissà perché. Le urla di Bernardo fanno spesso scoppiare in lacrime Rosa, che alla fine è costretta ad andarsene. Ma non è finita qui: da buona comunista pensa bene, per ripicca, di occupare l’appartamento che ha ricevuto in comodato da Bernardo. (…)” (CAPROTTI, “Le ossa”, pp. 91-92”). Non solo: ormai avanti nel progresso dell’emancipazione femminile, vuole prendere la patente, e viene bocciata sette volte. Finalmente riesce; e ricordo che, in auto, dava del ”testa de lègn” a tutti.
A Milano, come in tutte le case di allora, c’è la portineria e i custodi, i Lipia, hanno un figlio della mia età che si chiama Giuseppe come me, giocavamo nel cortile e su per gli scaloni rompendo ogni tanto qualcosa, come tutti i bambini; ancora ci sentiamo, e con lui, diventato tassista, abbiamo pensato e portato avanti con la Fondazione Guido Venosta l’iniziativa “Taxi solidale”, nata durante l’emergenza Covid-19 per trasportare gratuitamente i più bisognosi per visite, spesa o altre necessità. In varie occasioni l’esperienza del “Taxi solidale” è stata ripetuta, in misura minore ma significativa, per portare doni ai bambini ricoverati negli ospedali pediatrici milanesi e al personale che li assiste o per portarli al Parco delle Cornelle.
C’era anche Elena Feltrin detta “Ina”, la dama di compagnia della bisnonna Bettina e, quando serviva, “signorina” dei bimbi di casa, dai figli della nonna Marianne, mio padre Bernardo e gli zii Guido e Claudio, a noi figli dei primi due, che accompagnava al mare quando iniziava la stagione. Erano diffuse un tempo, le dame di compagnia, ben distinte dalla servitù domestica, assistenti personali che fornivano supporto quotidiano, confidenza e compagnia, come si vede dalla bella fotografia della bisnonna e di Ina, e anche, una generazione dopo, insieme al suo ex bambino Claudio nel giorno delle sue nozze, vicino al tavolo con le altre nostre tate e noi, i bimbi “nuovi” che avevamo fatto da paggetti alla cerimonia.
Ultime, ma non certo per importanza, le tate dei bambini, figure onnipresenti: “Mia mamma Giorgina c’è fino a quando ho 3 anni, poi la nostra cura viene affidata per intero alle cosiddette “signorine”, delle quali ho buoni ricordi. A molte di loro voglio un gran bene (…). Mi piace la tedesca Waltraud (…). In casa la chiamiamo “Schwester” e la si può riconoscere perfino nelle foto del mio battesimo. Quando andiamo in villeggiatura nel castello di Bursinel, sul lago di Ginevra, fa ginnastica in giardino indossando il bikini davanti a noi bambini, che la ammiriamo incuriositi. Adorerò la francese Geneviève che è innamorata di Bernardo – lui non ricambia – e dell’agnello della sua regione, la Normandia. Purtroppo papà si arrabbia molto spesso con lei e io la stringo a me nel suo grembiule, per farle da scudo e difenderla da quelle urla che non capisco.” (Ibid., p. 77). Altre ne passeranno, come Franca Rogai, toscana verace, che compare con me e mia sorella Violetta in una foto sulla neve con le cugine e la loro tata Sissi.
Di ogni persona che si occupava di noi o delle nostre case è rimasta memoria, incisa come parte della nostra crescita.
Fonti:
Albiate (MB), Villa San Valerio, Archivio Caprotti, “Archivio della Manifattura Caprotti; Ibid., Archivio fotografico.
Firenze, Archivio di Claudio Caprotti, Archivio fotografico.
Bibliografia:
G. CAPROTTI, “Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana”, Milano 2024/3.
ID., “Le ossa dei Caprotti”. I Caprotti e la famiglia: Violetta, Giuseppe, Benedetta ed Elisabetta con le tate Franca e Sissi, St. Moritz, anni ’60. Spunti dal libro.
ID., “Le ossa dei Caprotti”. I matrimoni dei Caprotti: Claudio e Paola Albera. Spunti dal libro.
ID., Giuseppe Caprotti – FGV e il Covid: il progetto “Taxi Solidale.

