Il fattore scatenante non è unico, ma la convergenza di tre fattori critici. In primo luogo, l’interruzione logistica nel Mar Rosso, uno dei principali corridoi del commercio globale, sta aumentando e rallentando il trasporto di olio d’oliva in Nord America. In secondo luogo, l’aumento dei prezzi del petrolio – con contributi che hanno superato i 100 dollari al barile nel 2026 – sta aumentando strutturalmente i costi di produzione, imballaggio e distribuzione. E, in terzo luogo, la politica commerciale degli Stati Uniti aggiunge ulteriori pressioni con tariffe fino al 15% sui prodotti europei, i principali fornitori del mercato americano…
Questo fenomeno non è minore. Come ha sottolineato l’analista Phil Lempert, il conflitto in Medio Oriente agisce come una “tassa invisibile” sul cibo, che colpisce l’intera catena alimentare in modo trasversale. E in questo scenario, l’olio d’oliva – importato, premium e altamente dipendente dalla logistica internazionale – diventa uno dei più vulnerabili.
Tuttavia, l’impatto non è omogeneo. Mentre le categorie di valore aggiunto più basso (vergine e lampante nelle miscele industriali) sono le prime a subire aggiustamenti della domanda, l’extravergine di fascia alta mantiene, per ora, una certa resilienza. Il motivo è strutturale: il loro consumo negli Stati Uniti non soddisfa solo i criteri di prezzo, ma anche la salute, l’origine e il posizionamento gastronomico…

