Negli anni ’70 il settore tessile italiano attraversava una crisi devastante, e la Manifattura di famiglia ad Albiate non faceva eccezione. Gli scioperi dei sindacati contro il lavoro a cottimo si susseguivano, e in certe giornate centinaia di operai non si presentavano nemmeno in fabbrica. Mio padre Bernardo considerava l’azienda ormai spacciata, riferendosi agli alti costi della manodopera che rendevano impossibile competere sul mercato.
Mio zio Guido la pensava diversamente. Non voleva rassegnarsi a veder chiudere l’impresa che suo padre Peppino aveva ricostruito e rilanciato dopo la guerra. Rimproverava a mio padre di essersi dimenticato che, tra il 1965 e il 1971, era stata proprio la Manifattura a mantenere tutta la famiglia e a generare le risorse che avevano permesso di assicurare ai Caprotti il controllo di Esselunga.
Per trovare i capitali necessari al salvataggio, nell’aprile del 1974 Guido fece una scelta che si sarebbe rivelata fatale: cedette a mio padre il 20% della sua quota di Esselunga in cambio della quota di Bernardo nella Manifattura, più un conguaglio in contanti. Due anni dopo, piegato dalle crisi petrolifere e dal bisogno di ulteriori fondi, fu costretto a firmare un accordo per cedere anche l’ultimo 13% di Esselunga che gli era rimasto.
Investì tutto quel denaro nel cotonificio di Albiate, tentando di rilanciarlo con un nuovo reparto di maglieria. I campioni di tessuto a maglia che ne uscirono erano di un livello talmente alto che perfino mio padre dovette ammettere che erano “meravigliosi” — pur continuando ad accusarlo di fare “spese pazze” e di rischiare troppo.
Non bastò. L’8 aprile 1977 mio zio fu convocato nello studio dell’avvocato Alfonso Pellegatta. Al telefono, mio padre gli intimò di firmare per la cessione dell’azienda, se non voleva fallire. Senza alternative, Guido cedette le sue azioni della Manifattura a Esselunga per un valore pari a zero. Perse tutto.
“C’è un lato umano, personale, nella sua lotta contro il destino della Manifattura che meriterebbe più rispetto e considerazione di quanti ne abbia avuti a quei tempi, specialmente da parte di un fratello – Bernardo – che aveva gestito da solo l’industria paterna fino al 1965 e che doveva interamente a Guido e al suo amico Marco Brunelli l’intuizione di buttarsi nei supermercati nella scia di Nelson Rockefeller.” (…)” (p. 116) G. CAPROTTI, Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana, Milano, 2024
In questa drammatica resa dei conti per le sorti della Manifattura, ne fece le spese anche sua madre, Marianne Maire. Alla morte del marito Peppino nel 1952, la nonna aveva ricevuto in eredità l’usufrutto su una quota del 10% dell’azienda tessile. Tuttavia, quando Bernardo finì per rilevarla tramite l’Esselunga sottoscrivendo un aumento di capitale, la partecipazione della nonna si dissolse nel nulla.
La sua quota venne letteralmente azzerata senza che Bernardo si preoccupasse nemmeno di avvertirla, e senza che lei ricevesse mai alcuna compensazione per la perdita subita.
Un colpo doppiamente amaro per Marianne, se si considera che all’inizio degli anni ’60 aveva prestato ai figli 300 milioni di lire proprio per aiutarli ad acquisire il controllo dell’Esselunga da Rockefeller, e altri 300 milioni le vennero chiesti in prestito sotto varie forme, per scopi diversi dall’acquisto delle quote societarie dei supermercati. Di quel denaro non le venne mai restituito nulla.
Ricevette, sulla spinta dello zio Claudio [Caprotti], un vitalizio che le permise di terminare la sua vita decorosamente.
Bibliografia e fonti:
G. CAPROTTI, “Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana”, Milano 2024/3.
I Caprotti : il conflitto tra i fratelli Claudio, Guido e Bernardo visto da Marianne Caprotti

