Foto : Sebastiao Salgado. Sotto : sciamano Yanomami, uno dei popoli in via di estinzione dell’Amazzonia brasiliana.

DICIAMO TERRA PENSIAMO CASA

di

Stefano Mancuso

La Repubblica 5 giugno 2021

 

In principio Dio creò il cielo e la terra. L’incipit più famoso della storia dell’umanità — il primo atto di Dio — riguarda la terra. È impossibile sminuirne l’importanza. E d’altronde chi mai potrebbe farlo? Siamo qui perché c’è una terra che ci ospita.

La terra è la casa della vita e nonostante si senta spesso dire che in un universo infinitamente grande la vita debba, necessariamente, essere molto diffusa, per ora e in attesa di improbabili sviluppi, l’unico luogo dell’universo in cui la vita prospera è proprio il nostro meraviglioso pianeta. Faremmo bene a tenerlo a mente. La vita è merce talmente rara che la terra, potrebbe tranquillamente essere l’unico luogo vivo dell’universo. Provate a immaginare se tutte le ipotesi sulla diffusione della vita nell’universo fossero campate per aria — non dovrebbe essere difficile non essendoci un solo straccio di prova che sostenga l’incontrario. Se il sottilissimo strato che da, più o meno 10.000 metri sotto il livello del mare fino a 10.000 metri al di sopra di esso, fosse l’unico luogo ad ospitare la vita, la cosa non potrebbe essere trattata come irrilevante. A parte ogni considerazione sull’incredibile fortuna che farebbe degli abitanti della terra, gli unici vincitori di una lotteria intergalattica, c’è da considerare la responsabilità che ognuno di noi avrebbe nella preservazione di questo bene unico.

Pensare alla vita come qualcosa di estremamente comune, e quindi consumabile, infatti, immagino sia da una parte un tentativo inconscio di allontanare da noi questo obbligo faticoso e dall’altra una conseguenza della scarsa considerazione che, in fondo, abbiamo per il nostro mirabolante pianeta. Poiché ci viviamo, pensiamo che debba essere qualcosa di comune. So di cosa parlo: vivo a Firenze e ogni giorno devo ripetermi quale incredibile fortuna sia vivere fra tanta bellezza. Ci si abitua facilmente a pensare che la nostra condizione particolare sia una regola generale. Il nostro pianeta è pieno di vita: noi siamo vivi, gli animali sono vivi, le mie amate piante sono vive. Sono vivi i microbi e persino i virus, siamo così circondati dalla vita da pensare che questa sia la condizione naturale dell’universo mentre, invece, potremmo essere i beneficiari di un incommensurabile colpo di fortuna. Per ora la nostra specie non sembra avere compreso in pieno il valore e la fragilità che tutto questo comporta. Mantenere intatta la vita sul pianeta dovrebbe, infatti, essere un compito simile, sebbene incommensurabilmente più importante, a quello di conservare intatto il nostro patrimonio artistico.

Viviamo nel paese del mondo con la più alta concentrazione di beni artistici e a nessuno di noi verrebbe mai in mente di radere al suolo il centro storico di uno qualsiasi delle nostre centinaia di borghi medioevali. La legge, comunque, non ce lo permetterebbe. Non vedo perché il patrimonio biologico del nostro pianeta dovrebbe avere minori tutele. Ci disperiamo per la scomparsa di una singola irripetibile opera d’arte e dinnanzi alla distruzione di interi ecosistemi, non battiamo ciglio. Eppure, quegli ecosistemi erano costituiti da migliaia di specie, irripetibili anche loro, e vive. Dall’invenzione dell’agricoltura ad oggi l’uomo ha dimezzato il numero di alberi presenti sul pianeta e contribuito all’estinzione di innumerevoli specie viventi. Siamo nel bel mezzo della sesta estinzione di massa; a causa dei nostri comportamenti, il tasso di estinzione delle specie procede a velocità mai registrate prima. E ognuna di queste specie che scompare ha un effetto fondamentale sulla rete della vita, le cui conseguenze non possiamo prevedere.

Può sembrare stravagante, ma tutto su questo pianeta è influenzato dalla vita. La terra è la terra perché è viva. I fiumi, i mari, il clima, le scogliere di Dover, il travertino sono frutto della vita. Chiamare il nostro pianeta Gaia considerandolo un unico grande essere vivente non è affatto una teoria naïf, quanto un serissimo modo di interpretarne il funzionamento. Così, quando tagliamo una foresta, cancellando per sempre ecosistemi delicati che avevano impiegato milioni di anni a trovare un fragile equilibrio, mettiamo in atto trasformazioni i cui esiti finali non sono mai prevedibili.

Tutte le aree dell’Africa centrale in cui fra il 2004 e il 2015 si è diffuso il virus Ebola erano state interessate da un fenomeno di deforestazione frammentata che creando un’estesa e frastagliata linea di separazione tra zone ricoperte da foreste e quelle che ne erano state private per far posto a piantagioni di alberi da frutta, ha permesso il passaggio della malattia da scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, antilopi, istrici ecc. all’uomo. Vi ricorda qualcosa? È sempre difficile prevedere cosa si modifica agendo su un sistema complesso. E non c’è nulla di più complesso e delicato della nostra terra. Dovremmo ricordarlo sempre.

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