Il signor Carlo, ma dov’è?

Chissà che avrebbe detto il signor Carlo se avesse saputo che, 249 anni dopo la sua dipartita, qualcuno si sarebbe interrogato su dove diamine siano finite le sue spoglie mortali. Si sarebbe probabilmente arrabbiato, vista la cura che, specie nei secoli passati, si profondeva nell’assicurare l’eterna vicinanza del corpo terreno a un luogo sacro accuratamente scelto, per facilitare anche all’anima il passaggio sicuro e rapido al cospetto della luce divina.

Carlo Radaelli fu affittuario e gestore dei beni dell’abbazia di Santa Maria di Carate, di cui era abate commendatario (1) il conte Antonio Airoldi, ultimo discendente diretto del ramo principale della nobile famiglia che ebbe, quale fulcro dei suoi beni, la bella villa di Albiate oggi nota quale Villa San Valerio, da oltre un secolo di proprietà Caprotti.

Il signor Carlo fu anche agente (ossia procuratore in affari) del conte per molti anni: suo uomo di fiducia quindi, e forse suo amico. Quando il Radaelli morì, nel luglio 1761, il conte, da lui nominato suo esecutore testamentario, si occupò anche dei suoi funerali, di cui ci è rimasta la nota spese (2). Fu una cerimonia come si deve, abbastanza costosa ma non eccessivamente, a testimonianza del grado sociale del defunto e della benevolenza del nobiluomo che gli rendeva gli ultimi onori: torce, candele, chierici, la presenza di un sacerdote di Carate, l’elemosina a altri 18 sacerdoti, la solenne processione che accompagnò la salma alla funzione in chiesa e poi alla sepoltura. Dove? Come molti parrocchiani dell’epoca, in tutto il mondo cattolico, il defunto signor Carlo dovette far parte, in vita, di una o più confraternite, associazioni di laici devoti che si riunivano a sca-denza fissa onorando in special modo un determinato aspetto del credo cattolico – un santo, un mistero -, e compiendo opere di beneficenza. Ad Albiate operavano all’epoca diverse confraternite o Scuole, quella del Santissimo Sacramento e quella del Santissimo Rosario, e senz’altro una ne a-vevano anche i due begli oratori della cittadina, quello di San Fermo, chiesa suffraganea della par-rocchiale, e quello di San Valerio, di patronato Airoldi, ove esiste ancora la piccola sala con le sedie d’epoca in cui si riunivano i confratelli.

L’Oratorio di San Valerio fu fatto costruire nel 1666, per devozione propria e della propria famiglia, dal conte Cesare Airoldi, il quale lo volle intitolato alla Beata Vergine Immacolata; due anni dopo, nel 1668, il fratello di Cesare, Carlo Francesco, monsignore e nunzio apostolico (ossia ambasciatore del pontefice) presso alcune tra le maggiori corti d’Europa, ricevette in dono dalla Santa Sede, quale segno di distinzione per il suo operato e il suo grado, l’intero corpo del protomartire Valerio e diverse reliquie di altri martiri. Fu così che l’oratorio fu intitolato al santo che ancor oggi vi riposa (3).

Con l’Oratorio di San Fermo, San Valerio fu dunque uno dei maggiori poli devozionali, oltre naturalmente alla parrocchiale di San Giovanni, del nucleo albiatese. Ma per quanto devoti a en-trambe le istituzioni si potesse essere (e probabilmente il Redaelli lo era, tanto da esser membro di entrambe), non era possibile trovare sepoltura in tutt’e due. E allora, che significa quella voce nel la nota spese dei funerali del povero signor Carlo, sei lire e venti soldi per la cassa, e fare piantare le due tombe in San Valerio e San Fermo? Due tombe? Poco più sopra, si legge che due lire furono pagate ai due uomini che scavarono la fossa, seppellirono il corpo e suonarono a lutto durante la funzione funebre, quindi la tomba dove il signor Carlo riposò fu, ovviamente, solo una.

Quindi, perché due? Il mistero può spiegarsi se interpretiamo il vocabolo tomba non solo nel suo senso più comune di sepoltura, ma anche quale sinonimo di monumento funebre, ricordo, lapide, un segnale dunque, qualcosa che ricordasse un confratello defunto piantato in quello dei due oratori ove questi non trovò l’ultima sua dimora, oppure piantato in entrambi gli oratori, dei cui sodalizi lo scomparso faceva parte, perché questi, in realtà, giaceva in altro luogo, magari il cimitero parrochiale. Così è logico. Ma non rivela dove effettivamente il nostro sciur Redaelli fu sepolto.

Ché questo non vien detto: sempre dal documento del 1761, sappiamo che la Confraternita (del Santissimo Sacramento? Del Santissimo Rosario?) onorò il morto, che Paolo Gatto fornì i chiodi, e si prese cura del cadavere nell’Oratorio (quale?), che la Scuola (di San Valerio? Di San Fermo?) accompagnò il funerale, come d’uso, ma dove la processione si diresse per deporre il suo triste cari-co non vien detto. Sei lire e venti per due tombe non è poco, dovevano essere due belle lapidi di marmo, magari di quelle che ancor oggi si vedono nelle chiese a ricordare defunti secolari, con il teschio e le tibie sul sommo, o una croce dorata, e sotto tante belle parole latine che ricordano, e invitano alla preghiera, lastre di pietra che, nell’opinione comune, celarono e forse ancora celano le ossa di un morto che invece, da molto tempo, non è più neppure polvere.

Forse, una sbirciatina nei registri parrocchiali alla data del luglio 1761 ci può dire dove questo antico fattore, che visse e lavorò in terra d’Albiate oltre duecento anni fa, fu posto al termine della sua esistenza. Sarebbe un pezzettino di storia quotidiana da riscoprire, un episodio che varrebbe la pena di chiudere dato che, grazie a questa semplice nota spese, ci è venuto incontro con tanta immediatezza, descritto in tutte le sue parti tanto da ricostruire nella mente un’immagine precisa con un feretro, una processione con i ceri, i confratelli incappucciati, i chierici e i bimbi – i figli – con le torce, e il falegname, e l’andirivieni da Monza per l’acquisto della cera, e le spese per il rito funebre, i concelebranti, le elemosine fatte in suffragio dell’anima del defunto. Il signor Carlo fu accompagnato dalle preghiere in Paradiso; in terra, non si sa dove. Ma si potrebbe sapere. (1)

L’abate commendatario è un ecclesiastico, o, qualche volta, un laico, che tiene un’abbazia in commendam, ossia provvisoriamente, percependone i redditi e, se ecclesiastico, avervi anche giurisdizione. In origine furono affidate in commenda solo le abbazie vacanti, o quelle che si trovavano temporaneamente senza un superiore, ma in seguito invalse l’uso – e abuso – di affidare ricche abbazie in commenda quale beneficio per membri di famiglie importanti, di cui sfruttavano le rendite. Tale malcostume, a lungo invalso, fu ampiamente ridimensionato nel corso delle riforme ecclesiastiche ottocentesche. (2) Albiate, Villa San Valerio, Archivio Airoldi di Lecco (d’ora in poi AAL), busta 31, fascicolo 66. Altre notizie sul Radaelli si possono trovare in Ibidem e nelle buste 30 e 31, fascicoli 65 e 68.

M/m 1761 li 27 luglio AlbiateNota della spesa fatta per il funerale e settimo del fu signor Carlo Radaello
1761 li 27 luglio pagato al signor Andrea Guenzati per assi brazza numero 3 soldi 2 per la cassa a lire 1.15 Lire 5.7.6.
1761 a dì seguendo. Speso per la cera come dal confesso del signor Meni di Monza Lire 9.2.3.
Datto a Alessandro Pioltello per essere andato a Monza a prendere la cera Lire [0].17.6
Per candele numero 6 di soldi 2 per la chiesa Lire 0.4
Speso per limosina di numero 18 sacerdoti, compresa la messa, settimo e funerale, doppia parrocchiale ed assistenti Lire 7.25
Dato al sagrista per essere andato a cercare li sacerdoti, sua assistenza al funerale e settimo Lire 2.10
Datto alli figli che hanno portate le torchie, e cherici Lire 2.12.6
Per altre numero 4 candele per l’altare della chiesa di soldi 9 Lire 5.2
Per un prete di Carate al funerale Lire 1.5
Datto al camparo per il settimo Lire 1.5
Datto a due uomini che hanno fatto la fossa, sepolto il cadavere e sonato per il funerale Lire 2
Per la rimessa di tutta la cera al settimo Lire 8
Per la cassa, e fare piantare le due tombe In San Valerio e San Fermo Lire 6.20
Datto a Paolo Gatto per chiodi, e sua cura al cadavere nell’Oratorio Lire [0].10
Datto al signor Sala all’officio della Confraternita Lire [0].10
Datto alla Scuola per aver accompagnato il funerale con cera accordata dall’illustrissimo signor conte Lire 30
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Conto
Lire 293 soldi 9

Io, signor Luigi Motta, confesso d’avere ricevutto le sudette lire duecento novanta tre denari nove.

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