Nel giugno del 1952, il nonno Peppino morì in un incidente stradale tornando da una battuta di caccia al cervo in Austria. Peppino era stato eletto sindaco di Albiate solo un anno prima. Fu il figlio maggiore, mio padre Bernardo, allora neppure trentenne, a correre sul luogo dell’incidente per riconoscere e portare a casa la salma del padre.

Accanto a lui, viva ma gravemente ferita, la donna con la quale, si seppe poi, aveva una relazione, Anna Maria Morpurgo Zanchi, ritratta in uno scatto del famoso fotografo Sommariva (1949).

Qualche giorno dopo tutto il paese prese parte al funerale del sindaco. Peppino fu ricordato anche nel primo degli negli opuscoli annuali che l’Amministrazione comunale pubblicava alla fine di ogni suo mandato.

 

La storia di Peppino e della sua famiglia s’interseca da sempre con quella del suo paese, e ne “Le ossa dei Caprotti” l’ho narrata.

“ (…) Gli amici raccontano che il nonno e la nonna Marianne erano una coppia appassionata, fino a quando lui non incontrò Anna Z., la donna che nel 1952 era con lui in auto nell’incidente fatale, e si ritrovò a bruciare di passione un’altra volta. Tanti anni prima, quando era ancora a Épinal [in Francia, dove conobbe la nonna, N.d.R.], il suo mentore Guido [fratello di sua madre Bettina, N.d.R.] aveva colto questo aspetto del carattere del nonno: “Come me tu hai bisogno di voler bene sempre e fatalmente” gli aveva scritto, criticando il suo eccessivo sentimentalismo.

In Francia, comunque, Peppino fece tesoro dell’esperienza nell’ “École de filature et de tissage” anche per il suo futuro lavoro, e quando rientrò in Italia, si dedicò con talento a rimettere in piedi la ditta di famiglia, che le sconsiderate iniziative del padre e dello zio Emilio avevano lasciato in uno stato boccheggiante. Sul lavoro si trovò presto in disaccordo con il padre, Bernardo [detto Nardo], e si tenne alla larga trasferendosi a Torino per qualche anno. Bernardo però morì ancora giovane, nel 1928, a soli 60 anni di età, e Peppino si buttò a capofitto nel lavoro alla Manifattura di Albiate. Il suo capolavoro si materializzò dopo la Seconda guerra mondiale. Un cugino di nonna Marianne, Alfred Ellinger, figlio di sua zia Amélie sposatasi in America, era diventato un importante dirigente di banca, e Peppino seppe mettere a frutto i suoi consigli per ottenere i fondi del Piano Marshall. La Manifattura Caprotti poté così acquistare dei telai meccanici all’avanguardia, ritornando a essere un’eccellenza dell’industria tessile nazionale. Il successo aprì a Peppino le porte dei circoli milanesi e il nonno dimostrò anche notevoli capacità finanziarie, investendo in Borsa e costruendo un cospicuo patrimonio che, in seguito, i suoi tre figli utilizzarono per acquistare il controllo dell’Esselunga.

La nomina a presidente di un’istituzione culturale come la Permanente, avvenuta poco prima della sua scomparsa, non fu un fatto casuale. Peppino era una persona brillante. Sapeva entrare facilmente nelle grazie delle persone (…).

Peppino, insomma, aveva portato i Caprotti in una dimensione economica e sociale che nessuno dei nostri antenati aveva mai avuto. La casa e la vicina fabbrica di Albiate erano ancora il centro attorno al quale gravitava tutta la famiglia, al punto che Peppino era stato eletto sindaco del paese.

L’agiatezza in cui viveva la famiglia e le frequentazioni, però, piano piano ne stavano spostando il baricentro verso Milano. Il nonno aveva preso casa in viale Tunisia e comprato un palazzo nella centralissima via del Lauro. Per effettuare l’acquisto aveva dato la procura a un amico, Nando Angeloni, che si occupava di tutte le questioni burocratiche ed economiche della famiglia ma, soprattutto, con Peppino aveva un legame quasi fraterno. Aveva introdotto il nonno nelle famiglie più in vista della città, i Falck, i Pirelli, e lo aveva fatto entrare in uno dei club più esclusivi di Milano, il Clubino, frequentato dai grandi industriali. Al di là di queste convenienze, tuttavia, Angeloni restava un compagno di avventure: qualcuno ricorda ancora una grande festa organizzata ad Albiate in onore di una compagnia di ereditiere americane, conosciute da Nando durante un viaggio in nave di ritorno da New York.

L’improvvisa scomparsa di Peppino, nell’incidente d’auto al ritorno a casa dopo la fuga d’amore in Austria con Anna Z [Zanchi Morpurgo]., lasciò a mio padre, il maggiore dei tre figli, l’incombenza di assumere la guida della Manifattura. Dopo l’apertura del testamento con la sorprendente rivelazione della decisione del nonno di escludere Bernardo dalla proprietà della casa di famiglia, i tre fratelli riuscirono comunque ad andare più o meno d’accordo per diversi anni. I litigi e le difficoltà restarono sopiti. A un certo punto, però, ogni equilibrio andò in fumo, soprattutto dopo che nella vita dei Caprotti fece irruzione uno dei magnati più noti dell’industria mondiale di allora: Nelson Aldrich Rockefeller, nipote del celebre fondatore della Standard Oil e futuro vicepresidente degli Stati Uniti d’America. (…)”. (CAPROTTI, “Le ossa”, pp. 39-41).

Rockefeller è colui che, alla fine degli anni Cinquanta, importa in Italia il negozio “globale” statunitense, il supermercato, attraverso la IBEC, avente quale scopo il profitto legato a finalità sociali e politiche, portando il benessere di base a tutti i livelli della popolazione. In società con la IBEC entrano fra gli altri i fratelli Caprotti, Guido, Bernardo e, in seguito, Claudio. Con la IBEC nel 1957 aprono a Milano il primo negozio in viale regina Giovanna, il “Supermarket”; e quando, a metà degli anni Sessanta, gli americani si ritirano per portare il progetto supermarkets in altri Paesi del mondo i Caprotti, rimasti unici proprietari, faranno della “Supermarket” l’ “Esselunga”, il più antico e allo stesso tempo più moderno supermercato del Paese. (Ibid., “Le ossa”, pp. 47 sgg.).

Nostro padre ci raccontò che, al di là dell’aiuto di nonna Marianne, i soldi necessari per pagare gli americani arrivavano dal nonno Peppino. Oltre a essere un industriale capace, infatti, Peppino aveva mostrato di avere naso anche negli investimenti in Borsa. Aveva accumulato un discreto patrimonio finanziario, puntando soprattutto sulle azioni del cotonificio Rossari & Varzi, che negli anni del boom economico era arrivato ad avere sette stabilimenti, della Fiat e soprattutto della Pirelli. Se i tre fratelli liquidarono senza remore le azioni della Rossari & Varzi e della Fiat, alla Pirelli rinunciarono con grande rammarico. Grazie alle dritte dell’amico Nando Angeloni, infatti, dell’azienda celebre per i suoi pneumatici Peppino era diventato “un azionista abbastanza importante”, come lo definiva Bernardo, e vendere quel pacchetto di titoli per i tre figli era un po’ come “strapparselo dal cuore”. Furono aiutati anche dalla fortuna: in quegli anni le azioni subirono forti oscillazioni e, poco dopo che le ebbero vendute, le Fiat e le Pirelli si ritrovarono a valere molto poco.” (Ibid., p. 73).

 

Bibliografia:

“Giuseppe Caprotti. Personaggi: Peppino Caprotti (1899 – 1952)”.

G. CAPROTTI, “Le ossa dei Caprotti”. I Caprotti e la famiglia: mio nonno Giuseppe Caprotti detto Peppino, anni ’50.

ID., “Le ossa dei Caprotti”. I Caprotti e la famiglia: Anna Z., 1949. Spunto dal libro.

cop
Spunto dal libro: "Le ossa dei Caprotti" Tra Garibaldi, la Cia ed Esselunga, il racconto ben documentato della famiglia che ha rivoluzionato per sempre le abitudini degli italiani.
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