La Manifattura Caprotti di Albiate è stata per più di un secolo il cuore economico e sociale di una comunità. Non era solo una fabbrica, ma il luogo dove si formavano competenze, dove passavano generazioni, dove il territorio trovava identità e futuro. “Il luogo dell’anima” di chi l’ha amata – la definizione è di Valentina Redaelli – verrà demolito. Questo racconto custodisce, in parte, quella memoria.
Tra Ottocento e Novecento, la marca mercantile era uno strumento di comunicazione che doveva parlare a tutti: ai commercianti e negozianti più o meno istruiti come ai contadini analfabeti. Non c’era spazio per l’ambiguità. Chi non sapeva leggere doveva poter riconoscere il prodotto con lo sguardo, attraverso forma, colore e simbolo.
“Quando nel 1870 i bersaglieri aprono la breccia di Porta Pia e il Regno d’Italia annette anche lo Stato Pontificio, l’economia nazionale attraversa un periodo di straordinaria vitalità. Giuseppe [Beppo] fa ulteriori investimenti, dota la fabbrica dell’attrezzatura necessaria per tingere i tessuti, acquista telai meccanizzati e macchinari sempre più moderni ed efficaci. La sua idea è espandersi fuori dai confini, seguendo le onde dell’emigrazione verso l’America Latina e l’esplorazione dell’Africa. I registri della ditta documentano che i tessuti prodotti ad Albiate negli anni successivi arrivano regolarmente in Argentina, in Uruguay, in Perù, in Brasile. Il marchio di fabbrica è il disegno di una capra, a cui Giuseppe [Beppo] dedica grande attenzione, con l’intento di imprimerlo nella memoria dei clienti di origine italiana che, al di là dell’Atlantico, desiderano modelli simili a quelli venduti in patria.” (…)” (p. 24). G. CAPROTTI, Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana, Milano, 2024
I Caprotti, con una certa dose di autoironia, scelsero una capra come marchio della Manifattura. Il disegno era appositamente pensato per imprimersi nella memoria dei clienti — in particolare quelli italiani che emigravano verso Argentina, Uruguay, Perù e Brasile, e desideravano riconoscere i modelli venduti in patria.
Accanto al simbolo della capra venivano i nomi. Alcuni evocavano forza e prestigio: Leone, Vittoria, Cleopatra. Altri legavano il prodotto all’identità geografica italiana, come Calabria e Tevere. Altri ancora, come Jolanda e Marina, seguivano la moda del tempo, o l’attualità, come Tosca, legata all’opera di Puccini.
I nomi non erano soltanto etichette, ma il modo in cui il tessuto sopravviveva alla memoria, il modo in cui si trasformava da merce in racconto e appartenenza.
Fonti:
https://www.giuseppecaprotti.it/i-caprotti-e-i-tessuti-della-manifattura-caprotti/
https://www.giuseppecaprotti.it/la-manifattura-caprotti-verra-demolita/

