Anche l’amore per le case cambia
Le case sono da sempre un organismo vivo e pulsante, specie se vissute continuativamente e sentite come autentiche “domus”, estensione dell’identità familiare; crescono e cambiano, come crescono e cambiano i suoi abitanti. Le fotografie di famiglia mostrano i tanti mutamenti: la giovane magnolia che si vede a lato del bisnonno Nardo e della sua famiglia è ora una pianta grande e splendida che regala fiori e profumi, lo spazio davanti all’ingresso è rimasto identico, solo che ci sono panchine invece dei tavolini di ferro dove siedono il bisnonno Nardo con la moglie Bettina e la giovanissima nuora, la nonna Marianne, che tiene in braccio il primogenito Bernardino [così veniva chiamato dagli amici, a anche da mia madre, mio padre Bernardo ]. In quella casa, che fu ed è dimora amata, passò buona parte della storia di famiglia, e continua a farlo.
Ci sono gli animali, quelli da fattoria e i cani da caccia – tutti cacciatori in famiglia, fino a mio padre Bernardo e allo zio Guido -, a volte grandi come quello che il giovane zio Claudio tiene in posa per la foto non senza una certa titubanza; ci si viveva, con gli animali, erano parte integrante della vita di tutti. Io ho convissuto con gli alani della famiglia; il cane Teo, in via del Lauro, prese il nome da uno di loro.
Ci sono gli affetti, tante foto nel parco e nei cortili con genitori, nonni, tate e persone di casa che si abbracciano o seguono i giochi dei bambini con attenzione affettuosa, il nonno Peppino che stringe a sé l’ormai anziana madre, la bisnonna Bettina, il piccolo zio Claudio che “fa il serio” con il cappello e i guanti del fratello primogenito ormai ultraventenne, ricordi splendidi come quello della bellissima, giovane mamma Giorgina che mi tiene stretto accosciata sulla ghiaia del roseto, o le corse imbacuccate in inverno con le cugine figlie dello zio Guido.
I tempi cambiano anche il genere di vita. Il primo Bernardo (1804- 1864), il fondatore, a metà dell’Ottocento, della manifattura tessile [ da non confondere con Nardo, il mio bisnonno. Lui è quello dei sostegno a Garibaldi ] che fece per oltre cent’anni la fortuna dei Caprotti scrive nella prima metà del secolo a un ignoto signore, padre di una fanciulla che suo figlio Beppo s’intestardiva a voler sposare, opponendosi al progetto nuziale non solo per la giovane età del ragazzo, ma anche e forse soprattutto perché la ragazza era cittadina, “e forse non conosce la vita di campagna che per quella che vi passa a titolo di villeggiatura, ma dessa è ben diversa dall’altra di chi vi vive costantemente (…). Aggiunga che qui non v’ha compagnia, non società, non divertimenti, non distrazioni, ed unica occupazione vi è la cura dei propri affari, unica distrazione la famiglia, e che le lunghe sere d’inverno vi possonno essere insopportabili a chi non vi sia abituata (…)”. Si può dire che quasi tutti i Caprotti abbiano preso alla lettera le parole dell’antenato avendo gli affari come “unica occupazione”, ma l’evoluzione dei tempi e un punto fisso a Milano – appartamenti in affitto prima, la casa di viale Tunisia prima e di via del Lauro poi -, oltre all’avvento di trasporti più potenti e capillari e poi del telefono e della televisione hanno cambiato molto le prospettive di socializzazione, aiutando la dimora avita ad essere continuamente vissuta.
Girare per la villa e i dintorni: mezzi antichi e moderni
Nella vita dei Caprotti entrano presto le automobili, fin dalle primissime ancora con gli pneumatici non tinti di nero, ma resta in auge l’antico landò, la carrozza pratica e leggera che si usava nella vita quotidiana, una delle due che Sofia Polti Candiani, zia del bisnonno Nardo, gli propose di acquistare nel 1920 perché lei, ormai molto anziana, non ne aveva più bisogno. La fotografia in bianco e nero ce lo mostra tirato a lucido, col soffietto abbassato, e fra le stanghe un bel sauro dalla coda accorciata proprio perché non s’impigliasse quando trottava. La foto a colori, invece, mostra tutte e due le carrozze che il bisnonno acquistò, ancora oggi conservate con cura nel parco della villa, anche loro parte di una storia rispettata.
Fonti:
Albiate (MB), Villa San Valerio, Archivio Caprotti, “Archivio della Manifattura Caprotti”, minuta di lettera senza data [ma 1830 ca.] di Bernardo Caprotti ad anonimo, b. 152; Ibid., Lettera di Giov{anni] Rolandi a Bernardo Caprotti a proposito della vendita delle carrozze di sua zia Sofia Polti Candiani, Lezza, 22 gennaio 1920, b. 179; Ibid., Archivio fotografico.
Firenze, Archivio di Claudio Caprotti, Archivio fotografico.
Bibliografia:
G. CAPROTTI, “Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana”, Milano, 2024/3.
ID., “Le ossa dei Caprotti”. I Caprotti e il loro centro: la Villa San Valerio ad Albiate. Spunti dal libro.
ID., “Le ossa dei Caprotti”. I Caprotti e gli animali: Teo, anni ’70. Spunti dal libro.
E. SÀITA et al., Breve storia di Villa San Valerio e della cappella attigua, ad Albiate.

