“Il caporalato produce prezzi falsi”, Redatto il 21 luglio, aggiornato l’8 agosto 2026. Immagine scattata da Carrefour, a Milano
La strage di Amendolara, dove sono stati bruciati vivi dalla mafia Waseem Khan (29 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni), Safi Iayjad (27) e Ullah Ismaappena (19) è avvenuta il 1° giugno 2026, è ormai lontana dai media, dai social e quindi dallle menti degli italiani.
La situazione sociale ed economica che ha evidenziato è però ancora presente: l’economia sommersa assorbe più di 3 milioni di lavoratori, concentrati nell’agricoltura, nei servizi e nel commercio.
Le leggi contro il caporalato, varate nel 2016, sono rimaste inapplicate.
Vale per l’industria, vale per il commercio internazionale e vale, soprattutto, per l’agricoltura.
Sotto: braccianti raccolgono angurie in Toscana (2026).

È una distorsione della concorrenza che altera il mercato e penalizza le imprese corrette.
Non a caso, negli stessi giorni in cui l’Italia torna a interrogarsi sul caporalato, l’amministrazione Trump ha annunciato nuovi dazi ( Nuovi dazi di Trump: 12,5% contro chi sfrutta i lavoratori ) nei confronti di decine di Paesi – nella lista nera anche l’Europa – accusati di non contrastare efficacemente il lavoro forzato nelle proprie filiere produttive.
“L’incapacità dei nostri partner commerciali più importanti di affrontare il problema dell’importazione di beni realizzati con il lavoro forzato è inaccettabile. Ciò crea una situazione in cui i lavoratori americani sono costretti a competere a livello globale in condizioni di disparità”, ha dichiarato il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer.
Al di là delle valutazioni politiche sulle scelte di Washington, il principio richiamato dall’amministrazione americana merita attenzione: il lavoro forzato non è soltanto una questione etica o sociale. È anche una distorsione della concorrenza.
L’Europa ha risposto a Trump ricordando di aver approvato nel 2024 uno dei regolamenti più avanzati al mondo contro l’immissione sul mercato di prodotti realizzati con lavoro forzato. Una scelta importante. Ma la credibilità delle norme si misura nella loro applicazione.
Sotto : una aticolo del Corriere della Sera del 3 agosto 2026 su un bracciante morto mentre raccoglieva pomodori

Il paradosso italiano
Ed è qui che emerge il paradosso italiano. Da anni il settore investe sulla qualità, sulla sostenibilità ambientale, sulla tracciabilità, sulla reputazione internazionale del made in Italy.
Eppure esiste una contraddizione che non si può ignorare. Se una parte della competitività continua a essere costruita sulla compressione del costo del lavoro, il mercato riceve un segnale distorto.
Il prezzo finale non riflette più il reale costo di produzione e la concorrenza smette di premiare innovazione, organizzazione ed efficienza. In altre parole, il caporalato produce prezzi falsi: prezzi che trasferiscono una parte dei costi dell’impresa sui lavoratori più vulnerabili e che finiscono per penalizzare proprio le aziende che rispettano le regole.
Nessuna certificazione ambientale, nessuna innovazione tecnologica, nessuna strategia di marketing può compensare una filiera che tollera sacche di lavoro schiavistico.
Forse è questo il messaggio che dovremmo raccogliere dieci anni dopo la legge sul caporalato e davanti all’ennesima tragedia. Il lavoro forzato non è soltanto una violazione dei diritti umani: è un fattore che altera il mercato, impoverisce il valore delle produzioni e mina la credibilità dell’intero sistema agroalimentare.
Per questo la lotta al caporalato non dovrebbe essere considerata una battaglia di nicchia riservata a magistrati, sindacati o associazioni. Dovrebbe essere percepita come una priorità economica e industriale.
Perché un prodotto ottenuto grazie allo sfruttamento non è soltanto ingiusto. È anche il simbolo di una concorrenza falsata che danneggia tutti: i lavoratori, le imprese corrette, l’intera filiera. Compresi i consumatori.
La conferma è arrivata da questa inchiesta di Fabizio Ciconte (Internazionale) sugli acquisti del gruppo Constellation, nel quale è coinvolta l’azienda distributiva Marr (titolo : Il vero costo di un barattolo di pomodoro non è quello che leggi sullo scaffale).
Le sue riflessioni ci ricordano come la lotta contro le pratiche sleali – il sottocosto – nella filiera (agricoltura – produzione – commercio) sia rimasta al palo.
Perché le aste al doppio ribasso sono ancora lecite: In Italia sono vietate ma basta organizzarle in un altro paese europeo e il gioco è fatto (invece di litigare con la UE bisognerebbe cercare di portarla dalla nostra parte).

E un’altra inchiesta de La Stampa mette in evidenza come “una rete nazionale del caporalato sposta i migranti in tutta Italia”. La commissione d’inchiesta: gli stessi lavoratori da una regione all’altra per le raccolte nei campi
In estrema sintesi La Stampa ha appurato che:
1) la rete di sfruttamento è nazionale
2) i controlli non ci sono (ogni anno riguardano meno del 4% delle aziende).
3) gli alloggi per i lavoratori dovevano essere costruiti con il pnrr ma pochissimo è stato fatto (sono stati stanziati 25,9 milioni sui 200 previsti).
4) c’è il nero ma gran parte dei lavoratori è in una zona grigia : stipendio e contributi vengono versati ufficialmente solo in minima parte (un quinto circa). La Stampa, di cui sotto trovate alcuni stralci, la chiama “invisibilità formale della truffa delle giornate”. Si tratta di una legalità di facciata.
Mi spiace molto doverlo ammettere ma Donald Trump, almeno con noi, in questo caso, ha ragione: il “sistema Italia” funziona solo con il sommerso.
A prescindere dal presidente americano, il governo può continuare a far finta di non vedere il problema oppure cercare di “prendere il toro per le corna”.
Come?
Oltre ai sistemi di lotta contro la malavita, potrebbe iniziare ad affrontare il nodo salari e incentivi al consumo: con salari e prezzi falsati dalla mafia non si va molto lontano.
Ovviamente “la storia continua”: Caporalato nel Casertano: braccianti irregolari sfruttati, tra pesticidi e caldo estremo

