Avevo già parlato di olio di palma sostenibile a proposito di Nutella, 3 anni fà:

“non entriamo nel merito degli eventuali problemi per la salute dei consumatori. Ci sembra che l’olio di palma ponga più  problemi ambientali che di natura medica.

Secondo The Economist (1° agosto 2015, pag. 54) è il simbolo dei peggiori eccessi dell’agricoltura e l’Indonesia – grande produttore di olio di palma – è uno dei paesi che contribuisce maggiormente al riscaldamento globale

Fino a poco fa c’era anche il problema della trasparenza: l’olio di palma, fino a fine 2014, non era rintracciabile sulle confezioni della Nutella..

Quel che poi non si dice in questo articolo de Il Sole 24 ore è che le foreste della Malaysia o dell’ Indonesia, hanno, rispetto a quelle dell’Europa, una biodiversità unica, che rischia l’estinzione totale.

Mentre le biodiversità di paesi occidentali come – ad esempio – l’Italia o la Francia sono quasi uguali, flora e fauna, in Indonesia e Malaysia, non lo sono.

Esiste anche un terzo problema…

…quando non ci saranno più foreste i 570’000 lavoratori malesi che producono olio di palma … di cosa vivranno?

Perché il disboscamento continua …

Molto dipenderà dalla consapevolezza dei consumatori europei che, con i loro interventi e le loro scelte, potranno influire sulla politica di multinazionali come Ferrero e Nestlè:

con il nuovo regolamento sull’etichettatura degli alimenti (Reg. UE 1169/2011 che entrato in vigore il 14 dicembre 2014) l’olio di palma è diventato rintracciabile sulle confezioni di Nutella.

Inoltre il consumo di olio di palma continua a crescere (più di qualsiasi altro olio) e l’olio certificato rappresenta poco meno del 20% di tutta la produzione.

The Economist 1° di Agosto 2015″

Ferrero nel 2015 aveva aderito al programma RSPO che ha tra i suoi principi fondanti il fatto di non usare piante provenienti da  foreste primarie o non intaccare aree che contengono un’alta concentrazione di biodiversità.

Inoltre RSPO si sarebbe impegnata a ridurre i fuochi, i pesticidi , a usare degli standard ben definiti per i lavoratori e a chiedere il consenso delle comunità nelle quali entra per deforestare…

Il sito di RSPO recita infatti:

In 2008, the RSPO (che sta per l’inglese Roundtable on Sustainable Palm Oil) developed a set of environmental and social criteria which companies must comply with in order to produce Certified Sustainable Palm Oil (CSPO). When they are properly applied, these criteria can help to minimize negative impacts. One of the most important RSPO criteria states no primary forests or areas which contain significant concentrations of biodiversity (e.g. endangered species) or fragile ecosystems, or areas which are fundamental to meeting basic or traditional cultural needs of local communities (high conservation value areas), can be cleared. Other RSPO principles stipulate a significantly reduced use of pesticides and fires; fair treatment of workers according to local and international labour rights standards, and the need to inform and consult with local communities before the development of new plantations on their land. You can learn more about RSPO’s Principles and Criteria here.

N.B. : per foresta primaria si intende una foresta intatta, le cui funzioni vitali e il cui ecosistema sussiste allo stato originario. Questa foresta non è mai stata toccata da attività umane a carattere industriale né dalla conversione agricola. La foresta primaria è una foresta matura e solitamente ospita il massimo grado di biodiversità.

Purtroppo, secondo Greenpeace, citata da Le Monde e da altre testate, non sarebbe così.

Dal 2015 i venti fornitori di olio di palma di Colgate- Palmolive, General Mills, Hershey, Kellogg’s, Kraft, Heinz, L’Orèal,, Mars, Mondelez, Nestlè, Pepsico, Reckitt Benckiser e Unilever avrebbero deforestato 130’000 ettari (pari , per dare un esempio, a poco meno della superficie della provincia di Milano) in gran parte in zone con una densità di biodiversità molto alta (ad esempio: Papuasia).

Le aziende che veicolano le grandi marche non controllerebbero i venti fornitori. Uno di questi – il gruppo Hardaya – sarebbe anche stato condannato per aver corrotto le autorità  per poter deforestare inpunemente.

Mentre le popolazioni che vivevano nei luoghi presi di mira dalle aziende produttrici di olio di palma sarebbero state “arrestate” e deportate contro la loro volontà.

E a questo punto viene da domandarsi: e Ferrero cosa farà?

Come Greenpeace ci auguriamo che prenda in mano la situazione dei suoi fornitori prima che non sia troppo tardi.

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