Giuseppe Caprotti ha voluto la mostra:“Gli Archivi delle famiglie Airoldi e Caprotti nei secoli XV-XX a Villa San Valerio”14-29 aprile 2007 – Comune di Albiate.

Curatori: Eleonora Sàita –

Archivi; con la partecipazione di Elena Pozzi e Giovanni Muzio –

Allestimento Niccolò Lapidari –

Immagine e Comunicazione   

Si ringrazia la BCC per il servizio di sicurezza alla mostra.

Discorso di Giuseppe Caprotti alla conferenza tenutasi all’inaugurazione della mostra sugli archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007.

Credo che il mio primo dovere consista nello spiegare come siamo arrivati alla costruzione di questa mostra e nel contempo ringraziare tutte le persone che vi hanno collaborato.

Bisogna cominciare dall’archivio Caprotti il cui riordino gestito negli anni ’70 dalla signora Castelletti su commissione di mio padre è poi culminato nel libro sulla famiglia redatto dal prof. Romano dell’ Università degli studi di Milano e pubblicato nel 1980 da Franco Angeli. Per quanto riguarda invece l’archivio Airoldi vorrei ringraziare mio zio Guido Caprotti che me ne ha lasciato una parte in villa S. Valerio. Ringrazio mio figlio Tommaso che lo ha riscoperto e se ne è entusiasmato. Ringrazio inoltre mio padre che mi ha donato gli archivi Airoldi in suo possesso, gli archivi dei Caprotti e della Manifattura.

Il percorso di riordino dei documenti degli Airoldi è iniziato 4 anni fa quando il dott. Jan Miguel Battistoni è stato così gentile da contattare e portare ad Albiate il professor Carlo Capra il quale ha confermato il grande interesse storico dei documenti riguardanti gli Airoldi. A questo punto è subentrato l’architetto Albani la quale ha eseguito il primo riordino nonché l’analisi stratigrafica della villa presente sul sito. Poi, man mano, attraverso l’Università degli Studi di Milano (la Statale) tutte le persone citate nell’invito. Voglio anche ringraziare l’architetto Sebastiano Muzio che e sta aiutando mia moglie e me nelle piccole trasformazioni della villa. L’idea della mostra è nata 2 anni fa e non è stata voluta, come c’è scritto nel sito, da Giuseppe Caprotti ma dal medesimo e dal dottor Filippo Viganò, sindaco di Albiate, al quale dico pubblicamente, l’avevo già fatto privatamente,: “se tutti gli uomini politici italiani fossero come Lei l’Italia sarebbe un paese decisamente migliore”. Colgo l’occasione anche per ringraziare l’Assessore provinciale all’ Attuazione della Provincia di Monza e Brianza, dottor Pietro Luigi Ponti, per aver accettato il nostro invito e per essere stato oggi con noi.

Finita la cronistoria della gestione degli archivi e la genesi della mostra vorrei darvi un messaggio. Francesco Alberoni in un Suo pezzo del 26 febbraio 2007, in prima pagina del Corriere della Sera, ha scritto: “POCA CULTURA E LA CREATIVITA’ DI UN PAESE SVANISCE”. Personalmente considero la creatività come la prima risorsa economica dell’Italia. Comunque il professore, riferendosi alle elites, afferma che “chi non sa leggere libri di storia e filosofia non saprà mai scrivere. E nemmeno fare un progetto perché non saprà pensare in grande e in modo logico e sistematico”. Fin qui ho sintetizzato e citato Alberoni che parla di storia, arte, lingua ed economia. Aggiungerei personalmente alla cultura l’amore del bello in generale. In questa zona c’è ancora un po’ di natura, bella, di tutti. Sono appena tornato da New York e quello che mi ha sorpreso non è tanto che i grandi capitalisti, i Rockefeller, i Frick, i Mellon, i Chrysler siano stati dei grandi uomini d’affari e dei mecenati ma che alla cultura del bello, alla gestione dei beni pubblici contribuiscano tantissimi cittadini comuni. Tutte le panchine di Central Park – 240 ettari circa – sono sponsorizzate dai cittadini. Io non chiedo sponsorizzazioni, vorrei semplicemente un aiuto concreto, giornaliero nella gestione del verde del Parco della valle del Lambro. Negli ultimi anni, oltre ai lavori sugli archivi, abbiamo cercato di riqualificare la zona – aperta a tutti – che va da Albiate a Carate. La situazione è migliorata, soprattutto nel comune di Albiate ma si può fare di più! Serve a poco tempestare di richieste e solleciti la Pubblica Amministrazione (vedi allegato n.1 e allegato n.2) se i cittadini e le aziende continuano a sporcare. Penso che tutti voi consideriate, giustamente, i vostri figli come la vostra ragione di vita: loro saranno i fruitori di quell’area; se gli insegnerete un po’ di educazione civica, che purtroppo non è più da tempo nei programmi scolastici, farete sicuramente il loro bene.

Discorso di Eleonora Sàita alla conferenza tenutasi all’inaugurazione della mostra sugli archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007

Due famiglie, due percorsi, un luogo: una mostra per Albiate

Scopo della mostra è stato far uscire da un ambito eminentemente privato e, dopo un accurato riordino, presentare in pubblico i documenti di due famiglie di notevole importanza per il territorio e la comunità di Albiate e non solo, e che hanno quale punto in comune la Villa San Valerio, di proprietà Airoldi dalla metà circa del Seicento alla fine dell’Ottocento, quando gli ultimi eredi Airoldi la vendettero alla famiglia Caprotti.

Nella Villa San Valerio è stato ritrovato l’archivio Airoldi, che il dottor Giuseppe Caprotti ha voluto far riordinare, e alla Villa si trova pure l’archivio storico della famiglia Caprotti, anch’esso fatto oggetto di un intervento di riorganizzazione. Due archivi, entrambi, di grande soddisfazione per chi li riordina, assai remunerativi per quella che è la per lo più ignota “fatica dell’archivista”, ossia la vasta e approfondita preparazione, culturale e tecnica, l’attenzione e l’esperienza, continuamente riviste e aggiornate, che occorrono per riordinare e organizzare un archivio, non solo antico, in modo da renderlo fruibile a chiunque ne voglia interrogare i segreti. Dalle carte di entrambi gli archivi emerge la presenza che entrambe le famiglie, nel proprio periodo storico e con le caratteristiche al periodo legate, ebbero in Albiate e circondario, soprattutto in quanto proprietari terrieri e famiglie socialmente importanti nella comunità, tratti questi che, potremmo dire, costituiscono il binario di confronto fra Airoldi e Caprotti. Gli Airoldi furono casato d’importanza nella Milano spagnola, soprattutto seicentesca; gli intrecci dei loro affari e negozi coprivano l’intera penisola, e la loro opera di abili mercanti e finanzieri li rendeva richiesti per alti affari dagli stessi sovrani europei, dal re di Spagna all’imperatore d’Austria. I Caprotti invece emersero nell’Ottocento quale realtà imprenditoriale a livello locale, ma che nel suo piccolo portò avanti, come giustamente scrisse il professor Roberto Romano, autore di un libro sull’azienda Caprotti scritto proprio sulla base delle carte dell’archivio, ”un pezzettino di rivoluzione industriale”, con tutti i traumi, le contraddizioni e le difficoltà che ciò poteva presentare, portandola, a circa metà dell’Ottocento, da semplice manifattura tessile ad azienda industriale meccanizzata nel senso moderno del termine. Entrambi, Airoldi e Caprotti, basavano però le proprie fortune e la propria tranquillità economica non solo sul commercio, ma anche sulla terra: investimento più o meno redditizio a seconda dei periodi, ma sempre sicuro, una cassaforte posta dietro le spalle a parare i rovesci della fortuna in altri settori. Possedere la terra – tanta terra, come nel caso di Airoldi e Caprotti – significava anche avere voce importante nelle comunità ove queste terre si trovavano, esserne partecipi – Bernardo Caprotti, a fine Ottocento, fu sindaco di Albiate – rivestire in essa un ruolo non da poco e avere una precisa immagine sociale, non foss’altro perché buona parte della popolazione locale lavorava e abitava quelle terre, quindi pagava affitti, forniva manodopera e prodotti. Nel caso dei Caprotti, poi, le persone potevano anche lavorare nella loro azienda o per la loro azienda, oltre a essere contemporaneamente loro fittavoli e contadini: tanto per dare una misura indicativa, alla fine dell’Ottocento solo nelle cascine di Albiate e Triuggio i nuclei familiari di quasi 900 persone che vi vivevano traevano il loro sostentamento, totale o parziale, dalle coltivazioni di terreni appartenenti ai Caprotti: e ancora per dare una misura, nel censimento generale della popolazione italiana del 1881 gli abitanti di Albiate erano 1878. La mostra ha inteso porre a confronto – ovviamente ciascuna nei propri ambiti e nei propri secoli – due famiglie che significarono molto per Albiate, esponendo documenti esemplari organizzati in due percorsi speculari divisi per sezioni: la storia, la famiglia, l’amministrazione di beni e proprietà, le figure pubbliche, quelle che possono essere le specificità proprie dell’una o dell’altra famiglia (le figure di due arcivescovi per gli Airoldi, l’azienda tessile per i Caprotti). Una sezione conclusiva è stata dedicata ad alcuni dei documenti più antichi ritrovati nei due archivi, di cui alcuni veramente di pregio.

Discorso del Prof. Gianvittorio Signorotto (Università di Modena e Reggio Emilia) alla conferenza tenutasi all’inaugurazione della mostra sugli archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007

Gli Archivi delle famiglie Airoldi e Caprotti, conservati nella Villa San Valerio di Albiate, costituiscono un deposito documentario di rilevante interesse storico, ed è significativa l’attenzione del pubblico e delle istituzioni nei confronti della mostra che oggi, grazie all’iniziativa e all’impegno del dottor Giuseppe Caprotti, stiamo inaugurando.

L’importanza di questa documentazione dev’essere valutata alla luce dell’attuale congiuntura degli studi storici sulla Lombardia in età moderna. Gli approfondimenti degli ultimi venticinque anni sul sistema della monarchia cattolica hanno evidenziato l’importanza decisiva dello Stato di Milano nell’ arco cronologico dell’età spagnola, sollecitando una proficua revisione della tradizione storiografica, imperniata sulle categorie di decadenza economica, immobilismo politico, chiusura culturale. Questo ripensamento ha fatto propria la consapevolezza, già avvertita a partire dagli anni Settanta, che uno studio della nobiltà, attento alle sue diverse declinazioni e affrancato da intenzioni apologetiche o da pregiudizi di matrice ideologica, sia indispensabile per un progresso delle conoscenze sull’antico regime. Sono emersi così fatti e personaggi di rilievo europeo, dinamiche economiche e politiche, correnti culturali e religiose che la ricostruzione tradizionale della “Lombardia spagnola” – vero antimito nella storia e nella memoria pubblica italiana – aveva trascurato. Dagli archivi nobiliari gli studiosi hanno saputo trarre elementi utili a incrinare la vecchia lettura antispagnola, mostrando l’interagire tra la corte e i Consigli della monarchia e le elite degli stati che ne facevano parte. É emersa, in sostanza, la competizione politica che caratterizzava la corte, dove le rappresentanze corporative e cetuali lombarde facevano sentire le loro richieste esercitando così, al pari di tante altre forze “periferiche”, un condizionamento costante sul centro decisionale del sistema. Le carte della famiglia Airoldi, che sulla scena della Lombardia spagnola ebbe un ruolo economico e politico di primo piano, renderanno possibili nuove acquisizioni su vicende non secondarie di quell’epoca. Già in età ducale alcuni membri della casata avevano raggiunto posizioni di prestigio, ma il personaggio cruciale nell’affermazione della casata fu senz’altro Marcellino, che nel 1647 acquistò il feudo di Lecco con il relativo titolo di conte. La sua biografia è esemplare, perché mostra come fosse possibile anche a una famiglia di uomini d’affari (non aggregata a quel patriziato milanese che monopolizzava gli uffici pubblici) l’ascesa alle massime cariche dello Stato. Tale affermazione si può comprendere considerando il ruolo cruciale, dal punto di vista politico e militare, che il Milanesado aveva assunto nel quadro della guerra dei Trent’anni e dello scontro tra le monarchie per l’egemonia sul continente. Per la corona cattolica, gli hombres de negocios lombardi attivi sui mercati internazionali, disposti a fare grossi prestiti e ad investire nelle rendite dello Stato, furono un alleato decisivo; dal canto loro, essi conseguirono posizioni sociali e politiche fino allora riservate al patriziato e alla nobiltà titolata. Questo processo maturò negli anni Quaranta e Cinquanta del Seicento, i più terribili per la monarchia spagnola e per lo Stato di Milano, invaso a più riprese dai francesi e dai loro alleati italiani. Gli Airoldi prestarono i loro servizi alla corona in cambio di onori e mercedi, ed entrarono a far parte della rete di clientele costruita da Bartolomeo Arese, il maggiore garante della stabilità politica e della fedeltà alla Spagna. Grazie all’attività finanziaria di Marcellino, il fratello Cesare nel 1649 ottenne la carica di tesoriere generale, che poi sarebbe passata ad altri membri della famiglia. Ma non possiamo trascurare che un altro fratello, l’abate Giacinto, trasferitosi a Roma garantì alla famiglia quella presenza nella corte papale che avrebbe reso possibile la carriera di Carlo Francesco Airoldi. Le carte di quest’ultimo, nunzio pontificio a Bruxelles (dal 1668) e in seguito a Firenze e Venezia aprono squarci interessanti sulla storia Europea del XVII secolo; si pensi che fu inviato a Londra nel 1670, quando il papato sperava di poter ricondurre la corona inglese all’obbedienza cattolica. Aggiungiamo che nell’Archivio Airoldi si può trovare anche una parte di storia della Sicilia, visto che dopo il trasferimento nell’isola di Giovanni Battista (1699), anch’egli appartenente al ramo dei conti di Lecco, altri membri della famiglia vi ebbero un ruolo sociale e politico rilevante. Ma l’importanza di queste testimonianze deve essere valutata anche per la loro continuità nei secoli XVIII e XIX, fino all’acquisto della villa di Albiate da parte dei fratelli Caprotti (1893 e oltre). Vi è qui traccia della vita e delle scelte di individui, uomini e donne, nel loro rapporto documentato con strategie di successione, interessi economici, politici e culturali, lungo un percorso che porta dall’Italia degli antichi Stati, dei privilegi nobiliari e delle giurisdizioni feudali, fino al mondo borghese e imprenditoriale dell’Italia moderna.

Discorso del Prof. Marco Bologna alla conferenza tenutasi all’inaugurazione della mostra sugli archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007

Le famiglie sono state i centri propulsori di tutta l’attività economia e commerciale dell’Antico regime ed in particolar modo in Italia dal XIV secolo sino a Napoleone. L’economia e la finanza restano saldamente nelle mani delle famiglie oligarchiche che, se non sempre e solo in alcuni stati preunitari detengono anche poteri di governo, fanno comunque parte della ristretta cerchia di persone che o per prestigio o per potere, se non per entrambi, costituivano il ceto dirigente e attivo della società. La posizione dell’oligarchia politica e patrimoniale era garantita da un sistema di governo e da alcuni istituti giuridici, come il fedecommesso (grazie a cui una parte di patrimonio veniva resa inalienabile, e trasmessa per via testamentaria secondo un ordine di successione predefinito, al fine di evitare uno smembramento del patrimonio di famiglia attraverso la divisione ereditaria), che assicuravano la trasmissione dei patrimoni di generazione in generazione senza che potessero essere intaccati ed una controllata possibilità di ascesa sociale idonea a mantenere valide le capacità imprenditoriali del gruppo egemone. L’organizzazione di queste famiglie oligarchiche consentiva, e quasi incentivava, l’attività economica e finanziaria anche esterna ai confini politici dello Stato di appartenenza. Il sistema produttivo della ricchezza di quelle famiglie richiedeva la possibilità di accedere ad una efficiente rete informativa estesa a tutta Europa ed al Mediterraneo sulle diverse occasioni di affari. L’organizzazione interna della famiglia oligarchica prevedeva pertanto che vari suoi componenti risiedessero nelle piazze finanziarie più interessanti efossero presenti nei centri di governo maggiori, come Roma, Parigi, Vienna, Madrid, Londra ed in tantissime altre località utili per lo sviluppo delle attività specifiche della famiglia. Nello svolgimento di queste attività la famiglia si muove sempre e comunque secondo le procedure e le leggi dello Stato in cui ci si trovava ad operare e si adatta prontamente ai mutamenti politi o finanziari che avvengono nelle diverse sedi. Queste famiglie, pertanto, sono spesso sovranazionali ed europee ed è facile trovare nei loro archivi lettere provenienti dalle più svariate parti d’Europa, o registrazioni contabili per i più diversi impieghi commerciali e finanziari. Durante tutta l’età moderna le famiglie sono inoltre i maggiori committenti di opere d’arte, sia per le proprie residenze, sia per le istituzioni religiose. Sono il sostegno di tutte le attività assistenziali e benefiche; costruiscono palazzi, strade, villaggi, popolano aree disabitate, amministrano la giustizia, distribuiscono ricchezza e creano lavoro. La fine dell’Ancien régime comporta la modifica radicale del ruolo di quelle famiglie all’interno della società europea. La maggior parte di esse perde l’intero patrimonio durante il periodo rivoluzionario prima e poi napoleonico, di fatto si estinguono o scompaiono dalla ribalta che per secoli le aveva viste protagoniste. Solo alcune famiglie antiche proseguono a ricoprire un ruolo significativo grazie a specifiche circostanze e a particolari capacità di chi le guidava in quel periodo. Quando ciò accade quelle famiglie continuano ad accumulare documentazione sulle loro attività e sulle diverse procedure poste in atto per svolgerle in modo idoneo e profiquo. Iniziano ad essere raccolte le carte della gestione delle “aziende”. Gli archivi familiari proseguono: sono in genere limitati al settore dell’attività economica e sono concluse le serie collegate al governo e all’attività internazionale, ma l’archivio si accresce con rinnovati tipi di documenti e metodi di conservazione. Cambia il tipo di materiale che si sedimenta negli archivi di quelle famiglie, ma l’archivio prosegue e, a volte, continua ad accrescersi sino ai giorni nostri, testimoniando sempre più la gestione del patrimonio di ogni singolo proprietario piuttosto che la continuità di quella gestione e la trasmissione agli eredi: diviene l’archivio di una persona e non più di una famiglia. Dalle famiglie e dai loro patrimoni nascono le imprese come nuova forma di attività economica e finanziaria utile per mantenere le posizioni sociali acquisite o per conquistarle. Emergono con sempre maggiore frequenza personalità nuove, anche non collegate a famiglie di passato prestigio Airoldi Notevoli capitali liquidi Potevano offrire alla Corona le somme necessarie In cambio ottengono effetti camerali, ossia i diritti di amministrazione su territori di pertinenza della Regia Camera Oculata politica di rapporti finanziari e di matrimoni Tesorieri generali dello Stato di Milano dal 1650 al 1751 – attività principale Giro ‘finanziario’ Spagna-Sicilia-Milano con al centro Genova Rapporti con Pallavicini di Genova – Rendite di Sicilia – Rapporti con Francisco de Mello, Viceré di Sicilia (figura centrale) La ‘Guerra dei trent’anni’, occasione di un trasferimento di diversi milioni di scudi dalla Sicilia a Genova, Milano e le Fiandre -1640- Interessi in Sicilia con Arata a Palermo, Oldoino tesoriere generale a Palermo e Airoldi a Milano. Cessioni di rendite di imposte e di diritti e di numerosi crediti (anche spagnoli) ai Pallavicini. Gio Agostino Arata detiene la concessione della carta bollata per la Sicilia e da lui Francisco de Mello ottiene un prestito che gira attraverso Francesco Oldoino – tesoriere generale – a favore di Marcellino Airoldi (ossia i soldi vanno dalla Sicilia a Milano). Questi si fa anticipare la restituzione della somma da Paolo Gerolamo I (in Sicilia dal 1646 al 1656)e Angelo Pallavicini che, in questo modo, divengono creditori della Regia camera dell’importo che verrà loro rimborsato con la cessione delle isole Egadi (i soldi vanno da Milano a Genova). Beni in Lecco e in Bellagio – rapporti con gli Sfondrati, conti della Riviera, maggiori feudatari locali Limitato rilievo in ambito ecclesiastico A fine Ottocento il ramo siciliano, senza più legami con Milano, vende i beni ai Caprotti , tipica famiglia lombarda, sorta e cresciuta per lavorare. Impresa, ma anche grandi proprietà terriere che, alla fine, furono le reali artefici del prestigio e della forza economica della famiglia

Condividi questo articolo sui Social Network
Facebooktwittergoogle_pluslinkedin