Redatto il 18 marzo, aggiornato il 21 marzo 2026
Giuseppe Caprotti: “Dai carrelli alla Storia, la fortuna di vivere più vite”
di Cloe Piccoli
Giuseppe Caprotti
“Nella mia lunga gavetta ho fatto anche l’operaio in un Carrefour a San Paolo. Nel 2004 la rottura radicale con mio padre: avevamo visioni, metodo e valori opposti”
Aggiornato 18 Marzo 2026 alle 11:33 3 minuti di lettura
L’incontro con Giuseppe Caprotti è alla biblioteca Braidense nel Palazzo di Brera. Lo raggiungiamo nella Sala Teresiana di questo capolavoro dell’architetto Piermarini del 1785 costellato da pregiate librerie in cui sono conservati volumi con coste che trasudano storia e cultura. Erede di tre delle più importanti dinastie industriali milanesi e lombarde quelle dei Caprotti, dei Venosta e dei Quintavalle, Giuseppe Caprotti è uno storico laureato alla Sorbona a Parigi.Fra gli aspetti della storia che lo appassionano di più ci sono quei frangenti in cui eventi epocali, grandi avvenimenti economici, politici e sociali si incrociano con i destini delle famiglie e delle persone. È così che nel suo libro Le Ossa dei Caprotti (Feltrinelli, 2023) le storie della sua famiglia si intersecano con l’industrializzazione lombarda. Nel libro epoche e generazioni distillano l’industria tessile di questa parte d’Italia, e poi la nascita e l’ascesa di Esselunga fondata da Bernardo Caprotti, padre di Giuseppe, che ci lavora per quasi vent’anni, gli ultimi nel ruolo di amministratore delegato. La storia in Esselunga, ha un epilogo degno di un film, con uno scontro radicale fra padre e figlio: Giuseppe viene allontanato in modo plateale da quell’azienda che aveva contribuito a costruire con grande passione e con progetti sociali e culturali.
È il 2004 e ogni fine segna anche un nuovo inizio. Giuseppe Caprotti ha sempre amato la storia, i libri, e gli archivi. Nella sua casa di Albiate in Brianza conserva gli archivi degli Airoldi di Robbiate, i conti da cui i Caprotti comprano la villa, e poi gli archivi di sua madre Giorgina Venosta, di suo nonno Guido Venosta, figura imprenditoriale fondamentale per Airc che ha sostenuto fin dal 1966 insieme a un giovane oncologo di nome Umberto Veronesi, e di Carla Venosta Fossati la seconda moglie del nonno. Oggi è presidente della Fondazione Guido Venosta che sviluppa importanti progetti culturali, sociali e ambientali come quello per la riforestazione di una parte del Parco della Valle del Lambro, che, previa autorizzazione e indicazioni dello stesso Parco, vedrebbe l’impianto di mille nuovi alberi, mentre è vice presidente della Società Storica Lombarda con cui sostiene speciali percorsi di storia nei licei di Milano. La precisione dello storico, l’amore per il dettaglio, la passione per tutto ciò che è arte e cultura, ispirata da sua madre Giorgina Venosta che ha sempre amato e lavorato nell’arte si ritrovano nei suoi libri. L’ultimo lo sta scrivendo proprio ora.
Cominciamo dall’inizi.
«Sono nato a Milano e cresciuto ad Albiate in Brianza. All’età della scuola siamo tornati in città nella casa di via Del Lauro a Brera. E poi da lì ho studiato all’estero, Stati Uniti e Francia: Scienze politiche e Storia alla Sorbona. Mi laureo in Storia e poi torno a Milano e vado a lavorare all’Esselunga. È il 1986. Inizio dalla gavetta. Si figuri che per un periodo per fare esperienza ho anche fatto l’operaio al Carrefour a San Paolo in Brasile».
Certo che c’è una certa differenza fra lo studio della storia e la grande distribuzione…
«La storia secondo me ha due grandi pregi: ti fa vedere il futuro e l’economia. Due aspetti che in Esselunga ho visto da vicino. Ma non solo, mi è sempre interessata la sociologia [ho anche dato un esame di sociologia nel mio percorso di “storico”], osservare e seguire la società civile, e la grande distribuzione è un osservatorio privilegiato su come si evolve la società, come si muove, come cambia. Così è diventata una passione. Mi piaceva vendere, stare a contatto con i clienti, con le persone. Anche noi eravamo clienti: da bambino negli anni Sessanta mia madre mi metteva nel carrello, andavamo all’Esselunga di viale Regina Giovanna».
Ci può raccontare i suoi esordi in Esselunga?
«Inizio il training nel 1986 a Milano, ma poco dopo nel 1988 vado a lavorare per due anni a Chicago dove studio la grande distribuzione americana, imparo cos’è una carta fedeltà, come gestire uno scaffale con metodi moderni, come fare un superstore. Allora, noi avevamo supermercati piccoli, in viale Regina Giovanna, viale Piave, via Bergamo, via Cagliero, via Pezzotti, radicati nel tessuto urbano con belle storie. Però a un certo punto capiamo che bisogna allargare il formato».
Come procede?
«Apriamo i superstore: io porto esperienze dall’America, come le enoteche e la vendita della frutta e verdura sfusa. E poi dalla Francia il banco dei formaggi e dei salumi tagliati davanti alla gastronomia. E poi ho introdotto la spesa a domicilio che si faceva via fax, non c’era ancora internet, Google nasce nel 1998».
Com’era la sua vita a Milano in quegli anni?
«Lavoravo con mio padre ma poi fuori dal lavoro c’era la grande famiglia di mia madre. Con mio nonno Guido Venosta, con cui ho sempre avuto un rapporto speciale, e suo fratello Gigi Venosta, campione di Hockey. Mia madre lavorava nell’arte prima da Christie’s e poi nella società che ha aperto. Con lei ho iniziato ad amare l’arte. Era amica di Vico Magistretti, Pierluigi Cerri, Gae Aulenti, Ettore Sottsass, Vittorio Gregotti, Michele De Lucchi, che frequentavano casa nostra. Il suo primo compagno dopo il divorzio era Guido Somarè un artista molto speciale, ho ancora alcune sue opere. Con Guido andavamo a Lindos, città dell’isola di Rodi, d’estate. Poi mia madre ha sposato Aldo Bassetti che per anni è stato presidente degli amici di Brera, con lui o iniziato ad amare Brera e qualche anno fa ho sostenuto il restauro dei lampadari di cristallo della Sala Teresiana».

Nel 2004 la rottura radicale e la sua uscita da Esselunga. Cos’è successo?
«Visioni opposte di generazioni diverse, metodo, valori. Un giorno ricevo una telefonata dal direttore del personale che mi dice che mio padre ha convocato una riunione. Era gennaio. Il giorno dopo entro in azienda, parcheggio e vedo la guardia bianca come un cencio. Ci sono quattro Mercedes nere con i motori accesi. Le prime tre hanno accompagnato fuori in maniera plateale i miei tre collaboratori più fidati. La quarta è andata via vuota. Ho capito il messaggio. Non sono mai più tornato».
Di cosa leggeremo nel suo nuovo libro?
«Racconto un’altra parte della famiglia attraverso due straordinari esploratori: il mio antenato omonimo Giuseppe Caprotti, che visse trent’anni nello Yemen, e il prozio Gianni Albertini, sciatore e alpinista, esploratore al Polo Nord».


