(Immagine di Skyler Ewing da Pexels)
Premessa : non è la prima volta che seguo da vicino l’evolversi del fenomeno: nel 2023, quando l’ONU lanciò il primo allarme, avevo già raccontato l’ondata di caldo che aveva investito l’Europa e i primi rincari delle materie prime legati a El Niño, che ho poi seguito per anni in relazione agli aumenti dei prezzi e al peggioramento della qualità del cibo, dovuto a cambiamento climatico, alle malattie e alle guerre.
Oltre due gradi in più nelle acque del Pacifico equatoriale possono innescare una catena di effetti capace di arrivare molto lontano, fino ai prodotti e ai prezzi che troviamo sugli scaffali. Nel 2026 questo fenomeno sta assumendo dimensioni tali da poter essere considerato il più intenso mai osservato a memoria d’uomo.
Cos’è El Niño
El Niño è la fase calda dell’ENSO (El Niño – Southern Oscillation), il nome scientifico completo del ciclo climatico naturale di cui El Niño è una delle due fasi. Si verifica quando i venti alisei si indeboliscono e le acque calde superficiali, normalmente spinte verso Asia e Australia, si spostano verso il Pacifico centrale e le coste del Sud America.
Questo movimento altera la circolazione atmosferica e modifica piogge e temperature in molte regioni del pianeta. Inoltre, riduce la risalita di acque profonde e ricche di nutrienti lungo le coste sudamericane, con possibili conseguenze sugli ecosistemi marini e sulla pesca.
È un fenomeno naturale e periodico che preoccupa climatologi ed economisti per l’intensità prevista. Il Met Office, il servizio meteorologico nazionale del Regno Unito, ha parlato apertamente di un segnale mai visto prima nelle proprie previsioni a lungo termine, mentre la NOAA statunitense ha alzato oltre il 90% la probabilità che le temperature superficiali del Pacifico superino i due gradi sopra la norma tra l’autunno e l’inverno 2026-27. La World Meteorological Organization conferma che l’evento raggiungerà l’intensità massima verso la fine del 2026 e che, con una probabilità vicina al 100%, persisterà almeno fino a febbraio 2027, con effetti attesi soprattutto in America Centrale e Meridionale, Africa australe e Asia meridionale. L’Europa, va detto, non è toccata direttamente da El Niño. Le ondate di calore che stiamo vivendo sono legate al riscaldamento globale, come sottolineano gli esperti , ma la filiera alimentare non conosce confini geografici, e da qui parte l’impatto che arriva anche sulle nostre tavole.
Grano e zucchero i prodotti più esposti
Siccità e piogge fuori norma colpiscono le grandi aree agricole del pianeta, i raccolti calano, le materie prime diventano più costose e il rincaro si trasferisce lungo tutta la catena, fino al prezzo finale pagato dai consumatori.
Il grano è tra le colture più esposte. In Australia, secondo l’ultimo rapporto di ABARES, l’ente statistico del governo australiano, la produzione 2026/27 è prevista a 29,9 milioni di tonnellate, in calo del 17% rispetto all’anno precedente. In India, i dati dell’India Meteorological Department mostrano che 397 dei 741 distretti del paese hanno ricevuto piogge monsoniche sotto la norma, con ripercussioni sulla semina di riso, cereali e oleaginose. Non tutte le aree ne risentono allo stesso modo. L’Argentina è tra i pochi paesi a beneficiare storicamente di El Niño, e il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA) segnala piogge sopra la media nelle principali aree produttive del paese, con condizioni favorevoli per grano e mais e un aumento previsto delle esportazioni di grano.
Al rischio climatico si aggiunge però quello geopolitico. Russia e Ucraina restano protagoniste del mercato mondiale dei cereali e le crescenti tensioni nel Mar Nero stanno rendendo più vulnerabili le rotte di esportazione. Gli attacchi a porti, terminal e navi commerciali hanno già spinto diversi importatori asiatici a rivolgersi a fornitori alternativi come Australia e Argentina, sostenendo i prezzi internazionali del grano. La questione è particolarmente delicata perché Russia, Ucraina e Kazakhstan rappresentano insieme circa il 30% delle esportazioni mondiali di cereali, mentre Cina e India, pur essendo tra i maggiori produttori di grano al mondo, assorbono gran parte della produzione sui rispettivi mercati interni. Clima estremo e instabilità geopolitica finiscono così per sommare i propri effetti, restringendo l’offerta disponibile per il commercio internazionale e spingendo verso l’alto la volatilità dei prezzi.
Lo zucchero è la materia prima considerata più a rischio dagli analisti. La FAO lo conferma già oggi: l’indice mondiale dei prezzi alimentari ha raggiunto 133,3 punti ad agosto, il livello più alto da fine 2022. A guidare il rialzo è proprio lo zucchero, salito dell’11,9% su base mensile per il calo produttivo in Brasile e le condizioni legate a El Niño in Asia. Schroders ricorda come in passato episodi simili abbiano fatto crollare la produzione di India e Thailandia fino al 30%, spingendo questi paesi a diventare importatori netti.
Effetti positivi e negativi
El Niño non produce solo danni. Alcune colture ne traggono beneficio perché le piogge più abbondanti in California favoriscono ad esempio la produzione di avocado e mandorle, così come, si è visto, i raccolti di soia, mais e grano in Argentina. Il bilancio complessivo, secondo la ricerca economica, resta nettamente negativo: gli scienziati Christopher Callahan e Justin Mankin del Dartmouth College hanno analizzato gli effetti di El Niño sull’economia globale nei cinque anni successivi a ogni episodio, e hanno stimato che l’evento particolarmente forte del 1997-1998 abbia prodotto una perdita di prodotto interno lordo mondiale pari a 5.700 miliardi di dollari, la maggior parte a carico dei paesi più poveri nelle aree tropicali.
Anche il caffè guarda a El Niño, sebbene con un quadro più sfumato rispetto allo zucchero. L’USDA prevede per il 2026/27 un raccolto mondiale record di 189,7 milioni di sacchi, con il Brasile da solo a 71,9 milioni (+14% sull’annata precedente); la stessa agenzia, tuttavia, avverte che l’eventuale El Niño rappresenta un rischio per la coda del raccolto 2026/27 e per il ciclo successivo. L’International Coffee Organization ha già segnalato che la crescente probabilità di un El Niño “forte” entro fine 2026 ha interrotto a giugno sei settimane consecutive di ribassi dei prezzi a New York. Gli analisti tengono ora d’occhio due finestre critiche: la fioritura di settembre-ottobre in Brasile e la stagione secca in Vietnam, primo produttore mondiale di robusta e storicamente la regione più sensibile a El Niño, come già accaduto nel 2015/16.
In Africa occidentale, invece, il rischio è opposto: le piogge più abbondanti aumentano l’incidenza di malattie fungine nelle piantagioni di cacao. Le stime più recenti, diffuse dal COCOBOD, l’ente regolatore ghanese, parlano di un raccolto atteso in calo tra il 18% e il 38% per la stagione 2026/27 (tra 470.000 e 620.000 tonnellate, contro le 760.000 della stagione precedente), complice anche la malattia del baccello nero, mentre in Costa d’Avorio le prime rilevazioni indicano un calo a doppia cifra.
L’impatto non si ferma sulla terraferma. El Niño altera anche la pesca oceanica: le acque calde che si spostano verso est impediscono la risalita in superficie di quelle più fredde e ricche di nutrienti, riducendo il fitoplancton disponibile per i pesci. In Perù, le acciughe al largo della costa si spostano verso acque più profonde e fredde, diventando più difficili da catturare. Secondo Enrico Bachis, direttore mercati di IFFO – The Marine Ingredients Organisation, il Perù rappresenta una quota rilevante dell’offerta mondiale di farina di pesce — l’ingrediente proteico usato nei mangimi per l’acquacoltura, l’allevamento di suini e pollame, per cui le interruzioni della pesca ne restringono rapidamente la disponibilità globale.
Il caldo eccessivo mette sotto stress anche gli animali da allevamento: bovini, pollame e suini hanno un range di temperatura ottimale, oltre il quale l’energia va nel raffreddamento invece che nella crescita o nella produzione di latte. Le vacche da latte sono particolarmente sensibili: quando l’indice temperatura-umidità supera il valore di 68, l’assunzione di cibo e la resa in latte calano insieme. La stessa siccità che colpisce i raccolti riduce anche i pascoli e fa salire il costo dei mangimi, chiudendo il cerchio su un rialzo dei costi che tocca l’intera zootecnia.
La combinazione di raccolti agricoli inferiori, pesca più scarsa e perdite di bestiame dovute a condizioni meteorologiche estreme può minacciare la sicurezza alimentare globale: il World Food Programme delle Nazioni Unite ha stimato che l’attuale El Niño, il più forte degli ultimi settant’anni secondo le previsioni, potrebbe spingere altri 49 milioni di persone in condizioni di fame acuta entro la fine del 2027.
Gli stessi fattori contribuiscono a far salire i prezzi delle materie prime agricole sui mercati internazionali. Oxford Economics ipotizza un aumento dei prezzi alimentari globali dell’11,8% nel 2026 e del 4,8% nel 2027, effetto combinato di El Niño e delle tensioni geopolitiche che già gravano su fertilizzanti e cereali. JPMorgan, in una stima più prudente, quantifica in circa 0,7 punti percentuali l’impatto diretto di un Super El Niño sull’inflazione alimentare globale al suo picco, che tipicamente arriva tra i quattro e gli otto mesi dopo l’inizio del fenomeno.
Cosa può finire sulle nostre tavole
Per le famiglie europee, l’effetto più probabile è un aumento indiretto legato alla disponibilità e ai costi delle materie prime importate e dell’energia necessaria alla produzione. Pasta e pane, legati al grano, insieme a zucchero, caffè e cioccolato sono tra i beni più esposti.
L’effetto pieno di El Niño sulle temperature globali, ricordano gli esperti, tende a manifestarsi con un anno di ritardo. Questo significa che, se l’evento del 2026 dovesse confermarsi come il più intenso mai registrato, le conseguenze più pesanti sui prezzi alimentari potrebbero arrivare non nei prossimi mesi, ma nel corso del 2027.

Questo El Niño potrebbe entrare in un territorio inesplorato.
Mentre le temperature globali continuano a battere record, gli scienziati si interrogano su come il cambiamento climatico , causato principalmente dalla combustione di combustibili fossili, stia alterando lo stesso fenomeno El Niño.
“El Niño si sta comportando come una scalinata”, ha affermato la dottoressa Kim Cobb, climatologa della Brown University. Le temperature globali tendono ad aumentare vertiginosamente durante un El Niño e, quando il ciclo si conclude, le temperature diminuiscono, senza però mai tornare ai livelli precedenti. “È questo che mi spaventa di El Niño”, ha aggiunto.
La dottoressa Cobb collabora con la dottoressa Atwood sull’Isola di Natale, dove stanno osservando lo sbiancamento dei coralli ancor prima che El Niño raggiunga il suo apice invernale. I super El Niño si verificano con intervalli di tempo sempre più ravvicinati e i fragili ecosistemi non hanno più tempo sufficiente per riprendersi tra un evento e l’altro.
Tornando al cibo e a quanto detto nella premessa di questo articolo riportiamo quanto scritto da Luigi Rubinelli sul rapporto Coop appena pubblicato:
…L’arretramento dell’industria di marca, dei suoi brand e dei suoi prodotti, non è un bel segnale e porta anch’esso alla riduzione della qualità. Dall’altra parte c’è la crescita sostenuta delle Marche del distributore, le Mdd, che è un fenomeno complesso. Dietro questa crescita, dietro i suoi numeri e la sua quota di mercato, ci sono realtà e prodotti molto diversi fra loro con numerose marche di fantasia e prodotti non garantiti da nessuno, che nascono e muoiono nel volgere di pochi mesi.
Il rischio che ci sia un’adesione all’acquisto e al consumo di questi prodotti è elevato. È la qualità media che viene messa in discussione, intaccando addirittura il perimetro del Made in Italy, territorio sul quale produttori e retailer hanno investito non poche risorse negli ultimi anni, anche se confrontato agli altri paesi europei…
Clima, guerre e mancanza d’acqua lasciano la loro impronta :
Con le ondate di calore prezzi in aumento, qualità in calo
Queste dinamiche compromettono la sicurezza alimentare non solo in termini di disponibilità per la caduta della produttività, ma anche di valore alimentare (qualità nutrizionale, organolettica e funzionale). La minore produttività comporta un aumento dei prezzi…, aggravato dai costi necessari per fronteggiare le avversità climatiche (irrigazione aggiuntiva, ombreggiamenti, assicurazioni agricole, ripristino dei danni colturali). Conseguentemente l’accessibilità al cibo cala soprattutto per le fasce sociali meno abbienti, con il rischio di ampliamento delle disuguaglianze …
Il caldo eccessivo non riduce solo la resa, peggiora anche la qualità dei prodotti. Gli stress termici e idrici prolungati, causano una diminuzione di nutrienti, sapori, e sostanze benefiche per la nostra salute … Basta assaggiare in questi giorni un’albicocca o una pesca acquistata al supermercato per percepire il declino qualitativo del cibo, ormai senza incanto visivo e gustativo
In definitiva, il consumatore finisce per pagare sempre di più per un cibo che vale sempre di meno…
Clima, la quarta gamma perde fino al 40% di materia prima disponibile
Patate, produzione europea in calo fino al 20%: fissati i nuovi prezzi
La mancanza di acqua rende più costosi i trasporti, peggiorando la situazione : I colli di bottiglia fluviali (Missisipi e Reno – nella foto sotto, in Europa) e dei canali (attraverso Panama transitano, ad esempio, il 5% degli scambi di merci mondiali)
Conclusione: quel che spaventa non è che la produzione di cereali sia in calo (-2%) ma quanto il fatto che – ad agosto – ci sia stata una forte accelerazione dei prezzi: l’indice FAO dei prezzi alimentari – mondiali – sale a 133,3 punti, con un aumento dell’1,9% in un solo mese e del 2,5% rispetto a un anno fa.
Grazie a Roberta Liberale


