Chi fu davvero Bernardo Caprotti? Com’era da vicino, nel privato e sul lavoro, l’uomo capace di guidare Esselunga fino a diventare un colosso della grande distribuzione italiana? Lo racconta il figlio Giuseppe nel suo libro. Di solito non faccio recensioni dei libri che leggo, ma questo mi ha veramente sorpreso per la novità del punto di vista.
Racconta in dettaglio la storia di Esselunga e le faide familiari che ne hanno accompagnato l’epopea.
Ne esce, a dire poco, offuscata la figura di Bernardo Caprotti descritto con dovizia di particolari inediti come personaggio egocentrico, duro, irascibile, quasi paranoico, dedito al culto della propria personalità, litigioso anche con gli affetti più vicini, irriconoscente, dispotico e patriarcale, vagamente razzista e pieno di pregiudizi. Mosso da un’ambizione smisurata, accompagnata da un senso etico poco sofisticato ma anche un po’ pasticcione in alcuni ambiti della gestione aziendale. Invischiato, per esempio, in rapporti economici pericolosi con l’immobiliarista [Luigi ] Zunino (poi saltato) tanto da esporre Esselunga in misura pesantissima a crediti traballanti, salvo poi scaricare la colpa su uno dei suoi manager più fedeli.
Anzitutto, contrariamente a quanto diffusamente si crede (lo credevo pure io) Bernardo Caprotti non fu il fondatore di Esselunga creata, invece, alla fine degli anni 50 da una cordata americana guidata da Nelson Rockefeller.
Furono gli americani ad avere l’idea di portare in Europa il concetto della grande distribuzione, scelsero l’Italia per una serie di considerazioni e Milano (poi il nord Italia) perché era il mercato di consumo piu ricco.
Secondo il racconto del figlio (documenti alla mano) Caprotti fu poi abilissimo ad acquisirne il controllo molti anni dopo (quando gli americani avevano deciso di uscire) con un’operazione assai spregiudicata, passando sopra amicizie e parentele. Rompendo perfino i rapporti con l’anziana madre (forse arrivando perfino a picchiarla) privandola del patrimonio e non esitando a gettare sul lastrico il suo stesso fratello. Inoltre, Bernardo Caprotti non era propriamente un “self made man” come spesso viene ricordato, ma il discendente (certamente più scaltro e spregiudicato dei fratelli) di una facoltosa dinastia imprenditoriale milanese molto bene inserita nell’alta borghesia industriale del dopoguerra. Non che questa fosse ovviamente una colpa, ma giusto per capire che, tra i meriti del personaggio, non può essere annoverato almeno quello dell’auto-elevazione sociale.
Bernardo non era uomo riservato nè modesto ma abbastanza spaccone e piuttosto irritante nella sua spavalda tendenza all’autocelebrazione. Ossessivo, maniaco del controllo compulsivo in tutti gli ambiti della sua vita, compreso quello familiare in cui dava sfogo a una violenza verbale senza freni ma anche senza logica apparente. Perfino lo psichiatra che per 20 anni aveva incaricato di redigere profili clinici praticamente di tutti in azienda, così definiva Bernardo Caprotti (secondo quanto riferisce il figlio) in una perizia riservata: “La violenta scissione degli oggetti in buoni e cattivi, la totale sfiducia nei collaboratori, le fantasie non sorrette da dati oggettivi circa la presenza in azienda di forze minacciose e colluse finalizzate a distruggerne l’opera, costringendolo a immediate azioni di difesa, configurano un comportamento innestato da una posizione schizo-paranoidea. A sostegno di tale ipotesi citiamo la sistematica distorsione della realtà aziendale con timori circa il collasso della stessa…ne deriva esercizio del potere in modo dispotico, eliminazione brutale dei colpevoli di cospirazione, incompetenza e/o ladrocinio, esasperazione dei controlli che riduce i pochi fedelissimi a aderire acriticamente alle decisioni. La causa di tale comportamento potrebbe essere fatta risalire a una senescenza patologica su base organica come indicato dall’indebolimento delle capacità cognitive con una fatale deriva verso false interpretazioni della realtà non corrette né dalla critica né dall’esperienza: in una parola interpretazioni francamente deliranti.”
A dispetto dell’immagine pubblica, familiare e inclusiva, che l’azienda si sforzava di diffondere (con un certo successo) regnava in Esselunga un clima di terrore. Chiunque poteva trovarsi improvvisamente, per ragioni labilissime e imprevedibili, nella linea del fuoco. Tra pressioni psicologiche, delegittimazioni palesi, gogne pubbliche, insulti e offese plateali. Con metodi da guerra fredda come i pedinamenti, le indagini bancarie sui manager e forse perfino le intercettazioni ambientali. Fino a licenziamenti di alti dirigenti eseguiti con modalità da regime totalitario e preceduti – secondo il racconto di Giuseppe Caprotti – dalla fabbricazione a tavolino di prove false. In Esselunga si poteva finire licenziati anche per un episodio banale o per un errore. Oppure solamente perché bisognava fare spazio a qualcun altro. Questo emerge dalla lettura del libro.
È la descrizione, molto realistica, di un modello di capitalismo familiare assai tipico dell’Italia del dopoguerra. Con aziende cresciute al traino della veloce espansione dei mercati di sbocco e con la fallace percezione che fossero invece guidate da capacità gestionali quasi magiche: il tocco fatato dell’imprenditore, la retorica del self made man venuto su dal lavoro mentre, in realtà, il deficit di competenze manageriali è sempre stato piuttosto endemico. Tanto che molte aziende non sopravvivono alla dipartita dell’imprenditore-fondatore proprio perché non costruiscono meccanismi decisionali, direzionali e di incentivazione sufficientemente oggettivi e strutturalmente robusti.
Nell’occasione, ho finalmente capito molto di un suo strettissimo collaboratore che conobbi per caso in un contesto professionale moltissimi anni fa, in una vita precedente. Mi ero sempre chiesto come avesse fatto a diventare uno tra i più stretti collaboratori di uno degli imprenditori più ammirati d’Italia, non avendo riconosciuto in lui, al tempo, l’ombra di qualche qualità. Ora mi è tutto più chiaro. Per entrare nel cerchio magico di Bernardo Caprotti, a quanto sembra, occorreva essere yes men al servizio esclusivo delle sue smanie di possesso.
Nel complesso, un punto di vista molto originale di una storia speciale del capitalismo familiare italiano. Una saga appassionante, un libro scritto benissimo che scorre tutto d’un fiato, capace di offrire l’immagine poco conosciuta, davvero stupefacente (ancorché non sia tanto questo l’intento del libro quanto piuttosto quello, assai più ampio, di ristabilire una verità storica tradita a detrimento dell’immagine di alcuni, a favore di altri) di un uomo spesso circondato da esaltazione forse eccessiva da parte dell’opinione pubblica e da certa ritrattistica agiografica.
P.S. : avete intuito chi era lo yes men senza qualità? E’ molto facile…


