Prima versione del 13 aprile 2011. Ultimo aggiornamento del 10 dicembre 2023
Premessa: è bello sapere che qualcuno “la pensa come te” . In questo articolo del 1° maggio 2023, Margo Schachter espone- in modo diverso – i miei stessi concetti : Episodio 11 | Di Italian Sounding 100% Made in Italy, pennette alla vodka e tradizione.
Il mio articolo è molto lungo, ne anticipo le Conclusioni :
sul Corriere della Sera, 8 dicembre 2015 l’ex ministro Paolo De Castro diceva che: “una soluzione vincente per tutti potrebbe essere un’etichettatura che restituisce immediatamente la reale provenienza di un alimento o di una bevanda”.
Allo stato attuale (2021) questa affermazione dell’ex ministro sembra, purtroppo, molto lontana dalla realtà attuabile.
E se si considerano come italiani solo i prodotti fatti con materie prime italiane e trasformati in Italia, molti dei responsabili per quelli che vengono bollati con disprezzo dall’opinione pubblica come prodotti italian sounding sono da ricercare nel nostro paese, non all’estero
Per capire perchè puoi leggere in proposito : Perchè ci vuole l’etichettatura d’origine del cibo. Del miele. Ma anche del pomodoro, dell’olio, del latte o del vino.
L’etichettatura chiara potrebbe arginare questi fenomeni : La Brexit può favorire i prodotti italian sounding (quelli che sembrano italiani ma non lo sono)
Per capire meglio la situazione leggi questo articolo che spiega la differenza tra certificazioni e definizioni commerciali (es.: differenza tra DOP e bandiere e bandierine italiane varie sui prodotti)
Articolo :
“…Andai a piedi, tra i numerosi capannelli di nullafacenti che commentavano il trionfo italiano. Tutti i balconi esponevano il tricolore. Doveva essere la prima volta dai tempi di Mussolini…”
Descrizione, tratta da “Tu sei il male” di Roberto Costantini (2011), dell’atmosfera susseguente alla vittoria della Coppa del Mondo di calcio da parte dell’Italia nella finale contro la Germania per 3-1, il 12 luglio 1982.
Il 17 marzo, anniversario dell’Unità d’Italia (1861- 2011), il tricolore è apparso un po’ ovunque.
Ancora oggi, a distanza di un mese, è appeso su molti pennoni della penisola.
La nostra bandiera, ancora qualche anno fa, era considerata un simbolo di destra…
e adesso invece, con le note de “l’elmo di Scipio”, è di gran moda tra gli italiani.
Negli ultimi mesi il nostro patriottismo, mischiandosi a volte all’economia e al marketing, è cresciuto e si è manifestato a dismisura, in modi diversi.
Il 27 marzo 2011, di mattina, un gruppo di corridori della Stramilano passando sotto alle finestre di casa nostra (*) ha cantato a squarciagola l’inno di Mameli.
Era dai tempi delle ore di canto delle elementari che non si sentiva un simile fervore nell’esecuzione dell’inno, relegato da tempo a qualche cerimonia ufficiale e all’inizio delle partite giocate dall’Italia.
(*) Li abbiamo uditi, pur stando al quarto piano.
Qualche anno fa c’era chi avrebbe voluto sostituire “Fratelli d’Italia” con il coro del Nabucco di Giuseppe Verdi.
Invece nei giorni scorsi il nostro inno è stato proposto, per parecchi giorni, su Radio Rai1 in una piacevole versione di Giovanni Allevi.
Il nostro “patriottismo” si è manifestato anche nell’economia:
la testata The Economist datata 26 marzo ha sottotitolato a pagina 64 che l’offerta di Lactalis per Parmalat ha offeso l’orgoglio nazionale italiano (“A french bid for an Italian dairy giant offends national pride”);
il 18 marzo Il Sole 24 ore ha quantificato, per il giorno 17 la pubblicità “tricolore” in 5 milioni di € aggiuntivi rispetto ai normali incassi di settore che quel giorno .
Grazie alla festa per i 150 anni dell’Unità d’Italia, i proventi pubblicitari sono stati paragonabili ad una giornata pre-natalizia.

Probabilmente con le pubblicità successive gli introiti sono stati decisamente superiori.
Tante aziende italiane e non, da Autogrill a Superga, Peroni (sudafricana), Beretta, Ferrero, Fiat, Conad o Lidl (tedesca) si sono scatenate in messaggi tricolori.
Se si restringe il campo, guardando solo la GD, si scopre che non siamo affatto di fronte ad una novità: da anni, nelle varie pubblicità di settore si trova molto spesso il tricolore, sotto ai prodotti evidenziati nelle pagine o nei volantini.
In questi messaggi si sono cimentate quasi tutte le aziende della GD: da Iper a Auchan, passando da Billa a Carrefour.

Ci sembra buffo che un’impresa francese, con un nome transalpino, che ha nel suo logo i colori della propria bandiera (blu, bianco e rosso), evidenzi l’italianità dei propri prodotti.

Ikea ,che ha i colori della Svezia nel proprio logo, promuove, secondo noi un po’ più coerentemente, i prodotti alimentari del proprio paese.
Comunque da dove viene questa “mania” della GD per il tricolore?
Tra le prime aziende che hanno espresso l’italianità dei propri prodotti c’è stata sicuramente la tedesca Lidl che ha manifestato, con delle pagine pubblicitarie di qualche anno fa, quelli che sembravano essere i problemi di accettazione da parte del pubblico di una proposta che per anni si è focalizzata solo su prodotti provenienti dalla Germania.
Altre aziende della GD hanno seguito il suo esempio.
Pensiamo però che la prima azienda ad aver introdotto il concetto di italianità, inserendo il tricolore sui propri prodotti, sia stata Esselunga nel 1999 con il lancio del biologico.
Nel bel mezzo di una situazione di instabilità dovuta a diverse crisi alimentari – es.: i polli alla diossina o la BSE – a cui abbiamo già accennato brevemente ( vedi articoli sul bio e su Coca- Cola ) il dottor Caludio Arnoldi ed io abbiamo deciso di mettere il logo “prodotto in Italia” sul retro delle confezioni dei prodotti Esselunga Bio fatti in Italia.

Questa etichetta è del 1999.
Abbiamo continuato apponendo il tricolore anche sui volantini e sulle pagine di giornale

Il tricolore è presente sui volantini Esselunga da quasi venti anni

La pagina sopra è del 2003 ed è ispirata alle affiches di Esselunga degli anni ’80.
Questa manifestazione di italianità che mirava a rassicurare il consumatore fu adottata anche alla fondazione della “nostra” Centrale di acquisti, ESD che ebbe un logo tricolore studiato dall’agenzia Armando Testa.

Il logo di questo biglietto da visita è del 2001.
A distanza di una dozzina d’anni la giustezza di queste scelte “tricolori” sembra confermata non solo dal patriottismo degli italiani ma soprattutto dal contesto di insicurezza causato dai continui allarmi alimentari: la crisi della diossina nelle uova carni e latte è del gennaio 2011.
A questa è seguita, quasi contemporaneamente, la procedura “taglia – leggi” che ha abolito la legge 283 del 1962 sulla tutela degli alimenti.
Il Corriere in quell’occasione ha titolato:
“Cibi adulterati, non è più reato. Sparite le pene per chi vende cibo avariato”.
L’italianità dei prodotti non è una garanzia in sé ma, in un contesto sempre più instabile, l’apposizione del tricolore sui prodotti piace, rassicura e fa vendere di più.
I prodotti italiani piacciono sempre di più all’estero e, anche lì, il tricolore viene sbandierato da produttori italiani e non, che producono prodotti italiani o che potrebbero sembrare fatti in Italia

Quanto grano italiano contiene questa confezione comprata in Svizzera e appositamente impostata per la vendita all’estero? E non sarebbe invece meglio usare la denominazione IGP come fà la Lidl per la sua pasta a marchio privato (V. L’etichettatura della pasta)?
Se secondo il ministro Romano, citato da Il Sole 24 ore dell’8 aprile 2011,
“la competizione deve avere regole valide per tutti: primo, l’effettiva provenienza dei prodotti, quindi dell’italianità”.
Nella realtà tutto ciò diventa inapplicabile se si pensa che il 60% del latte della Parmalat è tedesco o se è vero che 5 cosce di suino su 6, trasformate in prosciutti in Italia, sono nord europee o cilene – come ha affermato Coldiretti nella puntata di Report della Gabbanelli di lunedì scorso.
Le nostre cifre a questo proposito sono diverse da quelle di Coldiretti, v. l’articolo “Le certificazioni Dop e Igp e il consumatore” su questo sito, ma evidenziano anch’ esse che questo ormai è un paese di trasformatori di cibo che usano materie prime , in molti casi, prevalentemente estere.
Quindi se si considerano come italiani solo i prodotti fatti con materie prime italiane e trasformati in Italia, molti dei responsabili per quelli che vengono bollati con disprezzo dall’opinione pubblica come prodotti italian sounding (*) sono da ricercare nel nostro paese, non all’estero.
(*) prodotti pseudo – italiani, che “suonano” come italiani ma che non lo sono.
“Salsa di pomodoro” della catena svizzera Migros : sembra italiana ma è prodotta nella Confederazione Elvetica
La Confederazione Italiana Agricoltori stima i danni da cibo italian sounding a 60 miliardi all’anno.
Questa cifra, a giugno 2020, veniva rivalutata a 100 miliardi di €. Per poi salire a 120 miliardi di € nel 2022.
E il brand Italia continua ad essere utilizzato in varie iniziative:
1) Nel gennaio 2012 le FS annunciano, per contrastare i servizi ristorativi della nuova compagnia ferroviaria Ntv, con i treni Italo (*), “quattro tipologie di menù… con l’impiego e la valorizzazione di ingredienti italiani genuini”, con il contributo dello chef Vissani.
(*) il nome ricorda il ventennio ma la ristorazione è stata affidata a Eataly il cui proprietario, Oscar Farinetti, si definisce “comunista”.
2) Nel frattempo Sette incensa il cibo italiano, il localismo (italiano) e l’acquisto diretto dei cibi dai produttori.

3) Il produttore di birra artigianale Teo Musso vara una nuova Baladin “Nazionale”.
L’italianità ha contagiato anche il marketing dei piccoli produttori artigianali.

4) Nella GD invece si segnalano : la campagna “nazionale” della catena Iper (di Marco Brunelli) e un restyling del logo, in senso “italianista”, del gruppo Pam


L’olio è italiano? E il coniglio?
Questa ultima “ventata di italianità” nella GD conferma che il tricolore piace e rassicura.
Solleva però alcuni dubbi: quanti di questi prodotti o dei loro ingredienti sono realmente fatti in Italia?
E’ giusto mettere il tricolore su pagine che pubblicizzano prodotti e/o ingredienti non italiani?

Inoltre alcuni marchi potrebbero sembrare italiani ai consumatori meno avvertiti mentre di fatto non lo sono:
Galbani, da quando fu ceduta dalla famiglia Invernizzi, non ha mai più avuto una proprietà italiana…
Non che questa sia da considerare una pratica illegittima o scorretta ma potrebbe invece essere fuorviante per i consumatori mettere il nome Galbani – storicamente italiano – sotto ad un logo tricolore.
In sostanza queste due campagne sono sicuramente lecite ma se cavalcare una moda è legittimo, usare il tricolore “a tutti i costi” ci sembra molto simile alle pratiche dei produttori dell’ italian sounding business
A novembre 2015 il localismo italiano continua a spopolare :
da Unes solo limoni 100% italiani ….
Conad difende il latte italiano (novembre 2015)
da Carrefour purè di patate italiane
anche se poi molti prodotti vengono fatti per macro aree europee, come testimoniano queste scritte in italiano e spagnolo sui biscotti Carrefour:
In sostanza le aziende promuovono il localismo finchè possono ma poi prevale la logica delle economie di scala, come dimostra anche Lidl nell’approvigionamento del vino francese, comprato in Francia e rivenduto in tutta Europa
Sull’indicazione della provenienza degli ingredienti Confindustria è divisa come si vede da questo articolo e da questo link L’etichettatura della pasta
Il Sole novembre 2015
I produttori di pomodoro vorrebbero l’indicazione di provenienza, quelli della pasta no.
Dove vengono prodotti i pelati “Italia” e “Rosso stivale” presenti sugli scaffali della GD giapponese?
Senza unione delle forze confindustriali è difficile fare fronte davanti all’Unione Europea, dominata dalla Germania, che non ne vuole sapere.
Nello stallo delle negoziazioni sul Ttip , dove gli europei volevano la tutela di Dop e IGP, mentre gli americani sono per il solo riconoscimento del copyright internazionale, l’ex ministro Paolo De Castro pensava che:
“una soluzione vincente per tutti potrebbe essere un’etichettatura che restituisce immediatamente la reale provenienza di un alimento o di una bevanda”.
Fonte: Corriere della Sera, 8 dicembre 2015
Allo stato attuale (2021) questa affermazione dell’ex ministro sembra, purtroppo, molto lontana dalla realtà attuabile. E se si considerano come italiani solo i prodotti fatti con materie prime italiane e trasformati in Italia, molti dei responsabili per quelli che vengono bollati con disprezzo dall’opinione pubblica come prodotti italian sounding sono da ricercare nel nostro paese, non all’estero
Puoi leggere in proposito : Perchè ci vuole l’etichettatura d’origine del cibo. Del miele. Ma anche del pomodoro, dell’olio, del latte o del vino.
L’etichettatura chiara potrebbe arginare questi fenomeni : La Brexit , al contrario, per dare un esempio, può favorire i prodotti italian sounding (quelli che sembrano italiani ma non lo sono)
Leggi questa notizia di dicembre 2023: Finta pasta di Gragnano: quando la contraffazione è made in Italy
Sotto il caffè “all’italiana” della Migros svizzera.

















