I Caprotti e la Coop: la “guerra” su più fronti

(…) Iniziamo a pensare a un dossier che dimostri come, sia dal punto di vista dei soci che da quello sociale, le cooperative siano imprese come le altre. Ne consegue che le condizioni di favore di cui beneficiano sono aiuti di Stato. Creiamo un gruppo di lavoro interno e (…) raccogliamo tutta la documentazione necessaria per sostenere la nostra convinzione. Il dossier verrà portato poi a Bruxelles da Federdistribuzione e cambierà, almeno in parte, la tassazione delle cooperative. In loro difesa si muove persino Massimo D’Alema ma la nostra vittoria, di cui non potrò cogliere i frutti, è importantissima. (…)”. (G. CAPROTTI, Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana, Milano 20243, pp. 149; 187 – 188; p. 269).

I Caprotti e i tessuti: il logo della Manifattura, Max Huber, 1958

Negli anni ’50, Bernardo Caprotti interpellò il grande grafico svizzero Max Huber, che avrebbe disegnato il logo per la Supermarkets poi Esselunga, per creare un nuovo logo anche per il suo cotonificio. Il concetto del disegno parte anch’esso, come per la Supermarkets, dall’idea della lettera iniziale – la C – allungata ad arte per contenere il nome completo dell’azienda; in un’altra versione, il nome si sposta in corpo lettera, e nell’occhio della C salta la nuova capretta stilizzata e modernissima.

La famiglia Caprotti, innovazione e tradizione in una manifattura italiana: operai dal carcere di San Vittore

Quando, nei primi anni postunitari, i Caprotti costruirono il primo grande stabilimento nel vero senso del termine, ritrovandosi infine con migliaia di metri quadri di spazio, inizialmente non avevano del tutto chiaro cosa metterci. Probabilmente pensano ad una sorta di “manifattura accentrata”, e a tal fine acquistano diversi macchinari rivolgendosi a vari produttori, tra i quali anche il carcere milanese di San Vittore il cui direttore, Eugenio Cicognani, è personalmente appassionato e ideatore di un telaio a regolatore di nuova concezione, costruito dai detenuti.